questo è forse meglio.
il 3 incipit di settimana scorsa, scelto dal prof e sviluppato da me. Ditemi cosa ne pensate.
Sangue
Sangue, sangue, sangue dapperutto.
Sul divano bianco, nelle pieghe del parquet, sulle mie dita.
Davanti a me c’è solo il sangue, e una scarpa di Cosimo che spunta da dietro il tavolo.
Poi tutto si immerge in una nebbia grigia, e mi lascio cadere a terra, singhiozzando.
Chi avrebbe pensato che sarebbe capitato a me? IO che con gli uomini sono sempre stata attenta, cauta, una brava ragazza.
e Federico sembrava così per bene, uno di sani valori, di quegli uomini che ormai non se ne trovano più, un cavaliere.
Dal grigio della mia incoscienza riemerge la nostra prima serata, come una foto in bianco e nero nel liquido di sviluppo.
Quella sera mi portò a mangiare il pesce sul lago, una sera tra amici, eppure eravamo solo noi due.
Le sue mani curate usavano le posate come se fosse un giocoliere, così elegante e naturale.
Quando mi imboccò con un pezzo di polpa d’astice sentii un brivido basso e intenso, come fossi stata una corda di violoncello.
Ero una principessa esotica e lui il mio principe dagli occhi di giada, così sensuale e deciso.
Già quella sera passammo la notte assieme. A casa mia.
Non ci lasciammo il tempo ne per la luce, ne per chiudere le finestre che avevo lasciato spalancate, e di quella notte ricordo tutto come scintille in quel buio o, a pensarci adesso, come brividi di morsi nella carne.
Ma quelle scintille attecchirono alla mia anima di carta, formando con lentezza un fuoco forte, intenso.
Diventammo presto inseparabili. Dove c’era lui, ecco io, e dove c’ero io, lui.
Gli impegni non ci fermavano, e nel suo ufficio diventai di casa. I suoi colleghi mi rispettavano, semplicemente perchè stavo con lui.
E ad ogni problema, ad ogni piccolo desiderio, facevo affidamento su di lui, e come un mago lui mi esaudiva.
La sua attenzione era in ogni minimo gesto, dallo zuccherarmi il caffè, all’accompagnarmi in ogni luogo, proteggendomi anche dal vento con le falde del suo cappotto di cachemiere.
Apro lentamente gli occhi, trovandomi a fissare una gamba del divano e un pezzo di pavimento. Come se fossi una fotocamera buttata a terra.
E come una fotocamera rotta mi sento, tra i tagli e quelle che, credo, siano ossa rotte.
Vorrei piangere, ma il diaframma e i polmoni bruciano da morire, quasi non riesco neanche a respirare.
Dio.
Non so che fare. Non riesco ad alzarmi, neppure a rotolare da un fianco all’altro, ora che l’adrenalina defluisce, e il dolore diventa un abito rosso aderente.
e con il dolore, si schiarisce anche il cervello, e ricomincio il mio cammino a ritroso.
Dopo qualche tempo siamo andati a vivere assieme, io e Co’.
Decise come al solito tutto lui, trovando la casa perfetta, con il giardino perfetto, quel giardino che sembrava quello delle favole quella notte che, prima di riaccompagnarmi a casa dopo essere stati al cinema come tutti i mercoledì, mi aveva portata a vederlo.
Mi portò in questo quartere residenziale, deserto per la notte fonda, e mi fece scendere dalla macchina. Mi guidò fino al piccolo cancelletto in acciaio e mi prese le mani, portandole sulle sbarre. “che dici gioia mia?” così me lo propose, senza dire altro, e io lo capii subito con un tuffo, e accettai pazza di gioia.
E mi strinse quella notte, mi strinse e mi sollevò da terra quasi a volermi lanciare tra le stelle.
Fu così veloce il trasloco che già dopo due giorni sembrava vivessimo assieme da sempre.
Ci svegliavamo assieme, correndo per non fare tardi, io facevo il cafè e lui rifaceva il letto, e dopo lavoro tornavamo con la sua alfa, discutendo con pigrizia di quello che ci era capitato.
Era nervoso, sempre nervoso lui dopo lavoro, e il suo accento palermitano si inaspriva parlando dei suoi colleghi.
Fissava la strada con decisione, stringendo le dita sul volante fino a sbiancarsi le nocche.
“non mi hai mai visto arrab biato gioia mia, e prega di non farlo mai” mi sussurrava basso ogni tanto, come quasi una minaccia, piantandomi gli occhi negli occhi come grigi stiletti.
E intanto il fuoco tra noi si chetava, tra i mille impegni e la consuetudine, e le differenze di carattere, di giorno in giorno più forti.
O, non so, forse era perchè eravamo troppo uguali. ma ormai non ha più importanza.
Le lacrime mi scendono sulle guance, ma me ne accorgo solo per il lento Plop, del gocciolare sul legno. Mi sento una bambola di pezza, usata e buttata li, e il pensiero di lui ormai incosciente oltre il divano, mi spinge ad alzarmi.
Il dolore mi scoppia dappertutto, di più nell’anima sporcata, mentre con lentezza mi metto a sedere a terra, stringendo le gambe e le palpebre, sperando.. dio, di svegliarmi da quell’incubo.
E invece no, Federico quella sera era tornato veramente alle 3 di notte.
Era veramente entrato nella nostra casa ubriaco fradicio, portando con se una sconosciuta.
E io che l’aspettavo tra le coperte, vestita con la lingerie di seta azzurra che gli piaceva tanto, che mi ero fatta una corsa incredibile per tornare a casa il giorno prima, che lo sento entrare e come una scema mi sento lo stomaco tremare dalla gioia.
Non lo sento salire, ma un indistinto rumore di sedie rovesciate, di mobili spostati e di grugniti mi spinge a scendere di sotto, un po’ preoccupata. Ma, dio, che vergogna.
Appoggio la faccia tumefatta alle ginocchia gelide, ricordando quei due che come animali si contorcevano contro il muro, i capelli scuri di lei impigliati nel mio poster della vecchia skyline di Manhattan, e lui che le metteva le mani dappertutto sotto la canotta gialla.
Sarei voluta morire, anche in modo doloroso, ma in silenzio per non farmi sentire.. e invece ecco che quel cavolo di parquet che crepita, e mi fa scoprire.
Crac. E lui si ferma, come se fosse stato un soldato pronto al contrattacco, come se il nemico gli fosse arrivato alle spalle e dovesse raccogliere le forze per reagire all’imboscata. Lei mi guarda, gli occhi insipidi come di un’attrice che stesse per urlare “cielo, tua moglie”.
Avrei riso, se non fosse successo a me.
Poi lui si gira, mi guarda, e mi uccide. Come fa ad avere ancora lo sguardo gelido? Come fa a non spalancare la bocca, a non vomitarmi scuse addosso, perdono, dispiacere...
No, lui mi guarda, con sfida e stirando le labbra grosse, come da donna con ancora addosso il rossetto dell’altra, e sfacciato mi saluta
“Gioia, già qui?”
Lì qualcosa scoppia dentro di me, mi implode il cuore in un urlo muto che mi brucia i polmoni, mi conficca le urla nel palmo.
“Mandala via” quasi urlo, con una voce non mia, e lei scappa senza farselo ripetere, sbattendo la porta.
“ lei è Valentina comunque...” risponde, calmo, appoggiandosi al muso e passandosi pollice e indice attorno alle labbra, in quel gesto volgare e inequivocabile per me.
Porco.
Poi non mi ricordo altro.
Cioè, so di averlo schiaffeggiato, lui mi ha stretto il polso bloccandomi, ho urlato, l’ho insultato l’ho colpito colpito colpito ancora, mentre vedevo la sua pazienza sgretolarsi ma non mi importava. Anzi lo volevo arrabbiato. Volevo una reazione.
E poi, poi è scoppiato, letteralmente. Mi ha lanciato a terra, sbattendo la testa e facendomi volare in cucina.
E’ rimasto muto, ma lo sentivo che era pazzo di rabbia, come non lo avevo mai visto.
Mi alzo, piano, tenendomi al bracciolo di pelle del divano per non lasciarmi andare ai giramenti di testa, agli occhi che continuavano a riempirsi di un liquido opaco e rosa, forse il sangue della fronte che si mischiava alle lacrime.
Niente da fare, le due gambe ancora non mi reggono e i giramenti si trasformano in una nausea potente, ma so di dover fare qualcosa.
Mi inginocchio, di nuovo e provo a muovermi a gattoni, anche se il polso destro mi fa male e i tagli sulle gambe di riaprono come branchie.
Mi muovo per non ricordare quei pugni, quegli schiaffi a mano aperta e quel suo sguardo da pazzo. Impassibile. E la mia paura di morire sotto la sua preparazione di arti marziali da palestra.
E tutto a un tratto il suo scivolone, semplice, quasi comico se non fosse che la sua testa ha fatto un toc sordo sulle mattonelle.
Passo oltre il divano, chiudendo gli occhi per non vederlo, e afferro il telefono prima di sedermi a terra.
L’ho imbrattato di rosso, ma nonostante i tasti scivolosi, digito il 118.
“118 mi dica”
Mi risponde una voce tranquilla, che mi apre in un pianto sonoro. Tra i singhiozzi come una bambina, disperata biascico di aiutarmi, affidandomi alle sue domande, rispondendo tra i singhiozzi.
“stia con me signora.. continui a parlarmi, l’ambulanza sta arrivando...”
La voce ora si è spaventata, ma non perde la sua professionalità, mi sento cullare dalle continue domande mentre tutto attorno a me inizia a sfumare di nuovo.
una sirena inizia a vibrarmi nella testa, fino a diventare assordante, le luci blu sprizzano nelle finestre... e la mano di Cosimo, disteso di schiena davanti a me, che tra quella luce intermittente si contrae piano.
martedì 8 dicembre 2009
lo stereotipo del deserto
Il professore di racconti ci ha dato come compitino di sviluppare il nostro personaggio in una realtà senza presenze umane..
questo è il mio lavoro.. in treno. e si vede.
Non tutte le ciambelle diventano col buco.
Quando mi sono svegliata questa mattina, avevo trovato già tutti fuori casa.
la parte di letto di Marco era sfatta, il cuscino vuoto e già freddo.
Vero, avevo dormito più del solito quel giorno, forse non avevo sentito la sveglia, ma poteva svegliarmi lui, no?
Quando sono scesa in cucina, ho pure scoperto che nessuno aveva fatto colazione.
Neppure capaci di farsi un po’ di caffè in questa casa senza di me? Bene, allora svegliatemi, capperi!
Mi sono seduta al tavolo sgombro, come lo aveva lasciato la sera prima, con un peso amaro nella gola.
Mia mamma mi ha sempre detto che sono una persona troppo sensibile, ma direi che in questo caso ho tutto il diritto di sentirmi ferita, no?
Fai tutto il possibile per allevare nel miglior modo i figli, ed ecco come ti ripagano. E Marco ha sempre fatto i propri comodi.
Ed ora eccomi qui, a sospirare e, va bene, a piangere, quando invece dovrei essere la regina della casa.
Non è giusto. L’avevo detto io che dovevo continuare gli studi e non pensare a sposarmi...
Addento una merendina, con rabbia, fregandomene dei sensi di colpa e del fatto che pomeriggio dovrei farmi 10 minuti in più di quel dannato tapis roulant... tanto questa cribbio di cellulite non vuole andarsene, e l’hanno detto al tiggì che il cioccolato è antidepressivo no?
Vorrei quasi chiamare Carla e dirle cosa sta succedendo, ma tanto avrà da fare con il suo cavolo di corso di cucina.
La merendina intanto si ferma appena prima sopra il groppo in gola, e bevo un sorso di actimel appena tirato fuori dal frigo. che almeno aumento le mie difese immunitarie.
Non ho voglia di cucinare, o di fare pulizie oggi.
Dovrei darmi una mossa ma non riesco. So solo star ferma qui con la merendina mezza mangiata sul tavolo e il cellulare in mano, tanto Marco adesso deve telefonarmi e chiedermi scusa.
no?
Io non lo chiamo. Cioè, è colpa sua no?
Mi alzo, salgo in camera e inizio a rifare il letto, in modo automatico con la testa altrove.
Sono già passate due ore, sono le 9 passate e Marco non chiama.
Cosa gli avrò fatto? inizio a pensare alle mie risposte di ieri, se posso averlo irritato..
Forse ho fatto qualcosa di cui non mi sono accorta. Che non gli sia piaciuta la parmigiana ieri sera? Mi lascio cadere seduta sulla trapunta di raso del letto.
Ecco cos’era quello sguardo dubbioso.
Ma che donna sono, neppure capace di far felice suo marito..
Vorrei sprofondare, ma devo accontentarmi di nascondere la faccia nelle mani.
E non ho neppure i gamberetti per fargli la sua pasta preferita stasera..
Torno in cucina, e guardo l’orologio a muro sopra il frigo.Ancora 3 ore e poi...
Mi porto la mano alla fronte, borbottando
“e i ragazzi quando arrivano?”
Mi piace la mia voce nel silenzio, e mentre penso a cosa mi hanno detto ieri, spalanco il frigo, per veder cosa preparare per pranzo.
C’è il ragù fatto ieri, e, se ho tempo, inizio a farcire le quaglie per stasera. Non sono la pasta con i gamberetti ma...
Già mi formicolano le mani a pensare ai corpocini grassotti degli uccellini morti sotto le dita.
E questo pensiero mi risolleva l’umore.
Ma mi sembra di dimenticare qualcosa..
Ale. Ale oggi era a casa.
Oddio. mi sento mancare.
Ale non è a scuola oggi.. ma allora dov’è???
Corro per le scale, e spalanco la porta della sua camera. Nulla. il solito letto incasinato e... nulla, nessun biglietto, messaggio...
Con il pollice senza neanche pensarci premo il 3, e il cellulare che ho in mano inizia a comporre il numero in automatico.
Adesso mi sente quel monello, sarà a casa di Fabio a fare chissà che sciocchezze...
Ma nello stomaco qualcosa mi brucia, e vorrei vomitare la merendina.
Marco, Martina, Ale.. e nessuno che le dice nulla?
Ok, sono preoccupata, e il cellulare non aiuta con i suoi squilli che non portano a nulla.
Provo con Marco, e ho lo stesso risultato, anzi, non risultato.
Nessuna risposta.
Disturberò martina, ma è un’emergenza, e capirà... magari lei sa dove sono finiti.
Ma non risponde neanche lei.
E ora che faccio?
Guardo le mani che non sembrano neanche mie mettere l’acqua per la pasta sul fuoco.
E’ mezzogiorno ormai, e Martina dovrebbe tornare no? Anche Ale dovunque è, avrà fame, quando torna..
Ho ricominciato a tormentarmi la carne morbida degli avambracci.
La consistenza morbida della carne di solito mi rassicura, ma ora non riesce a cambiarmi nulla.
Anzi, penso, mordicchiandomi appena prima del polso fino a sentire un brivido lungo la mano, so che mi sentirò in colpa domani, quando avrò i lividi dai denti, ma non mi importa.
Voglio solo i miei ragazzi, li voglio da me.
Ma le ore passano, le chiamate sono senza risposta, e anche Martina non torna a casa.
Non so più che fare, continuo a tormentarmi il braccio, gli occhi sbarrati e il cellulare nell’altra mano, mentre il sapore metallico mi riempie la bocca.
questo è il mio lavoro.. in treno. e si vede.
Non tutte le ciambelle diventano col buco.
Quando mi sono svegliata questa mattina, avevo trovato già tutti fuori casa.
la parte di letto di Marco era sfatta, il cuscino vuoto e già freddo.
Vero, avevo dormito più del solito quel giorno, forse non avevo sentito la sveglia, ma poteva svegliarmi lui, no?
Quando sono scesa in cucina, ho pure scoperto che nessuno aveva fatto colazione.
Neppure capaci di farsi un po’ di caffè in questa casa senza di me? Bene, allora svegliatemi, capperi!
Mi sono seduta al tavolo sgombro, come lo aveva lasciato la sera prima, con un peso amaro nella gola.
Mia mamma mi ha sempre detto che sono una persona troppo sensibile, ma direi che in questo caso ho tutto il diritto di sentirmi ferita, no?
Fai tutto il possibile per allevare nel miglior modo i figli, ed ecco come ti ripagano. E Marco ha sempre fatto i propri comodi.
Ed ora eccomi qui, a sospirare e, va bene, a piangere, quando invece dovrei essere la regina della casa.
Non è giusto. L’avevo detto io che dovevo continuare gli studi e non pensare a sposarmi...
Addento una merendina, con rabbia, fregandomene dei sensi di colpa e del fatto che pomeriggio dovrei farmi 10 minuti in più di quel dannato tapis roulant... tanto questa cribbio di cellulite non vuole andarsene, e l’hanno detto al tiggì che il cioccolato è antidepressivo no?
Vorrei quasi chiamare Carla e dirle cosa sta succedendo, ma tanto avrà da fare con il suo cavolo di corso di cucina.
La merendina intanto si ferma appena prima sopra il groppo in gola, e bevo un sorso di actimel appena tirato fuori dal frigo. che almeno aumento le mie difese immunitarie.
Non ho voglia di cucinare, o di fare pulizie oggi.
Dovrei darmi una mossa ma non riesco. So solo star ferma qui con la merendina mezza mangiata sul tavolo e il cellulare in mano, tanto Marco adesso deve telefonarmi e chiedermi scusa.
no?
Io non lo chiamo. Cioè, è colpa sua no?
Mi alzo, salgo in camera e inizio a rifare il letto, in modo automatico con la testa altrove.
Sono già passate due ore, sono le 9 passate e Marco non chiama.
Cosa gli avrò fatto? inizio a pensare alle mie risposte di ieri, se posso averlo irritato..
Forse ho fatto qualcosa di cui non mi sono accorta. Che non gli sia piaciuta la parmigiana ieri sera? Mi lascio cadere seduta sulla trapunta di raso del letto.
Ecco cos’era quello sguardo dubbioso.
Ma che donna sono, neppure capace di far felice suo marito..
Vorrei sprofondare, ma devo accontentarmi di nascondere la faccia nelle mani.
E non ho neppure i gamberetti per fargli la sua pasta preferita stasera..
Torno in cucina, e guardo l’orologio a muro sopra il frigo.Ancora 3 ore e poi...
Mi porto la mano alla fronte, borbottando
“e i ragazzi quando arrivano?”
Mi piace la mia voce nel silenzio, e mentre penso a cosa mi hanno detto ieri, spalanco il frigo, per veder cosa preparare per pranzo.
C’è il ragù fatto ieri, e, se ho tempo, inizio a farcire le quaglie per stasera. Non sono la pasta con i gamberetti ma...
Già mi formicolano le mani a pensare ai corpocini grassotti degli uccellini morti sotto le dita.
E questo pensiero mi risolleva l’umore.
Ma mi sembra di dimenticare qualcosa..
Ale. Ale oggi era a casa.
Oddio. mi sento mancare.
Ale non è a scuola oggi.. ma allora dov’è???
Corro per le scale, e spalanco la porta della sua camera. Nulla. il solito letto incasinato e... nulla, nessun biglietto, messaggio...
Con il pollice senza neanche pensarci premo il 3, e il cellulare che ho in mano inizia a comporre il numero in automatico.
Adesso mi sente quel monello, sarà a casa di Fabio a fare chissà che sciocchezze...
Ma nello stomaco qualcosa mi brucia, e vorrei vomitare la merendina.
Marco, Martina, Ale.. e nessuno che le dice nulla?
Ok, sono preoccupata, e il cellulare non aiuta con i suoi squilli che non portano a nulla.
Provo con Marco, e ho lo stesso risultato, anzi, non risultato.
Nessuna risposta.
Disturberò martina, ma è un’emergenza, e capirà... magari lei sa dove sono finiti.
Ma non risponde neanche lei.
E ora che faccio?
Guardo le mani che non sembrano neanche mie mettere l’acqua per la pasta sul fuoco.
E’ mezzogiorno ormai, e Martina dovrebbe tornare no? Anche Ale dovunque è, avrà fame, quando torna..
Ho ricominciato a tormentarmi la carne morbida degli avambracci.
La consistenza morbida della carne di solito mi rassicura, ma ora non riesce a cambiarmi nulla.
Anzi, penso, mordicchiandomi appena prima del polso fino a sentire un brivido lungo la mano, so che mi sentirò in colpa domani, quando avrò i lividi dai denti, ma non mi importa.
Voglio solo i miei ragazzi, li voglio da me.
Ma le ore passano, le chiamate sono senza risposta, e anche Martina non torna a casa.
Non so più che fare, continuo a tormentarmi il braccio, gli occhi sbarrati e il cellulare nell’altra mano, mentre il sapore metallico mi riempie la bocca.
lunedì 30 novembre 2009
racconto breve - lo stereotipo
credo che, se per gli altri non c'era bisogno di un preambolo, per questo esercizio non posso pubblicare senza dire nulla.
Come gli altri racconti, questo, infatti, non è altro che un esercizio chiesto dal professore di racconto breve.
Anche questa settimana, dopo aver sentito con aria un po' svogliata i racconti della settimana, ci ha dato, anzi direi più lasciato cadere davanti, una nuova consegna.
Individuare uno stereotipo, descriverlo brevemente con poche parole, e poi sviluppare una piccola immagine, qualche riga, che descriva una caratteristica particolare del protagonista, appartenente a quello stereotipo ma appunto "caratterizzato" da una specifica particolarità.
Spero vi piaccia il mio tentativo, io non ne sono in realtà particolarmente fiera.
CARNE
Paola è una casalinga. Ha passato i 40 anni, è sposata, ha due figli e adora beautiful, e lo segue ogni pomeriggio cercando in vano di fare esercizi sul tapis roulant preso da mediashopping.
Odio queste cipolle bianche, quelle prese alla lidl settimana scorsa. Mi fanno piangere in modo incredibile. Devo ricordarmi di non comprarle più. Che ore sono? le 12. Alessio arriva con l’autobus delle 2 oggi, e Marco rimane in ufficio. Bene, ancora qualche ora per me. Devo star attenta a non lasciare le cipolle grosse come l’ultima volta, o Martina si arrabbia.
Lascio andare per un attimo la mente, mentre mi asciugo le lacrime dagli occhi, e insisto nel tritare quella che ormai è una poltiglia bianca. Bene così.
Mi pulisco le mani sul grembiule e apro il frigo, afferrando l’incarto con la stampa della macelleria.
Lo scarto e ne osservo il contenuto:
Manzo.
Rosso, tenero e freddo, cedevole e rugoso sotto del dita, ma deliziosamente elastico.
Preferisco farmi il macinato da sola, io.
Battuto al coltello.
Ha tutto un’altro sapore, e poi vai a sapere cosa ti rifilano i macellai in quella poltiglia.
Butto la carta, mentre soppeso il pezzo tra le mani, e lo palpeggio, rigirandolo lentamente.
Ci vuole un bel pezzo sodo per fare una bella carne tritata.
Mi metto al lavoro, tagliano quel pezzo con metodo, prima in striscioline fini, poi in pezzi sempre più minuti, facendo penetrare il coltello con sicurezza, affondare come nel burro con un rumore umido e accogliente.
Le mani si macchiano presto di rosso, mentre il coltello si muove ormai quasi in automatico, dentro e fuori nella massa rossa.
Come se ne fossi estranea lo osservo, pernsando con invidia che di quel coltello ne vorrei fare volentieri a meno.
Sorrido a quel pensiero sciocco, mentre lo appoggio sul tagliere e controllo la grana del macinato, affondandovi entrambe le mani.
Stringo le dita in quel freddo umido, chiudendo gli occhi rapita da quella sensazione.
Vorrei strappare quel pezzo di muscolo, di animale, con le mani.
Affondarvi i denti e sentire il sapore dolciastro del sangue sulla lingua.
Prendo nel palmo una noce di carne, ormai straziata dal coltello e dalle mie unghie, e la porto al naso, come farebbe un cane.
Sa di ferro e viscido, quel viscido che mi muove qualcosa del basso ventre, e che mi supplica quasi di morderlo, di assaggiarlo.
Così lo metto in bocca come una leonessa, e mastico con gusto, mentre sento con un brivido una chiave che gratta nella porta d’entrata.
Deglutisco, sentendomi come Gatto Silvestro che ha appena mangiato Titti, e ricomincio ad affettare, come se nulla fosse.
“ Ciao mamma! sono a casa”
“ Ciao! Come mai così presto?”
“ah... il professore non c’era.. che fai di buono?”
“polpette amore! Ma preparo per le due... perchè non guardi un po’ di tv e prepari la tavola?”
Rispondo veloce e cercando di essere più candida possibile, sperando intanto di non avere un pezzo di carne tra i denti.
Come gli altri racconti, questo, infatti, non è altro che un esercizio chiesto dal professore di racconto breve.
Anche questa settimana, dopo aver sentito con aria un po' svogliata i racconti della settimana, ci ha dato, anzi direi più lasciato cadere davanti, una nuova consegna.
Individuare uno stereotipo, descriverlo brevemente con poche parole, e poi sviluppare una piccola immagine, qualche riga, che descriva una caratteristica particolare del protagonista, appartenente a quello stereotipo ma appunto "caratterizzato" da una specifica particolarità.
Spero vi piaccia il mio tentativo, io non ne sono in realtà particolarmente fiera.
CARNE
Paola è una casalinga. Ha passato i 40 anni, è sposata, ha due figli e adora beautiful, e lo segue ogni pomeriggio cercando in vano di fare esercizi sul tapis roulant preso da mediashopping.
Odio queste cipolle bianche, quelle prese alla lidl settimana scorsa. Mi fanno piangere in modo incredibile. Devo ricordarmi di non comprarle più. Che ore sono? le 12. Alessio arriva con l’autobus delle 2 oggi, e Marco rimane in ufficio. Bene, ancora qualche ora per me. Devo star attenta a non lasciare le cipolle grosse come l’ultima volta, o Martina si arrabbia.
Lascio andare per un attimo la mente, mentre mi asciugo le lacrime dagli occhi, e insisto nel tritare quella che ormai è una poltiglia bianca. Bene così.
Mi pulisco le mani sul grembiule e apro il frigo, afferrando l’incarto con la stampa della macelleria.
Lo scarto e ne osservo il contenuto:
Manzo.
Rosso, tenero e freddo, cedevole e rugoso sotto del dita, ma deliziosamente elastico.
Preferisco farmi il macinato da sola, io.
Battuto al coltello.
Ha tutto un’altro sapore, e poi vai a sapere cosa ti rifilano i macellai in quella poltiglia.
Butto la carta, mentre soppeso il pezzo tra le mani, e lo palpeggio, rigirandolo lentamente.
Ci vuole un bel pezzo sodo per fare una bella carne tritata.
Mi metto al lavoro, tagliano quel pezzo con metodo, prima in striscioline fini, poi in pezzi sempre più minuti, facendo penetrare il coltello con sicurezza, affondare come nel burro con un rumore umido e accogliente.
Le mani si macchiano presto di rosso, mentre il coltello si muove ormai quasi in automatico, dentro e fuori nella massa rossa.
Come se ne fossi estranea lo osservo, pernsando con invidia che di quel coltello ne vorrei fare volentieri a meno.
Sorrido a quel pensiero sciocco, mentre lo appoggio sul tagliere e controllo la grana del macinato, affondandovi entrambe le mani.
Stringo le dita in quel freddo umido, chiudendo gli occhi rapita da quella sensazione.
Vorrei strappare quel pezzo di muscolo, di animale, con le mani.
Affondarvi i denti e sentire il sapore dolciastro del sangue sulla lingua.
Prendo nel palmo una noce di carne, ormai straziata dal coltello e dalle mie unghie, e la porto al naso, come farebbe un cane.
Sa di ferro e viscido, quel viscido che mi muove qualcosa del basso ventre, e che mi supplica quasi di morderlo, di assaggiarlo.
Così lo metto in bocca come una leonessa, e mastico con gusto, mentre sento con un brivido una chiave che gratta nella porta d’entrata.
Deglutisco, sentendomi come Gatto Silvestro che ha appena mangiato Titti, e ricomincio ad affettare, come se nulla fosse.
“ Ciao mamma! sono a casa”
“ Ciao! Come mai così presto?”
“ah... il professore non c’era.. che fai di buono?”
“polpette amore! Ma preparo per le due... perchè non guardi un po’ di tv e prepari la tavola?”
Rispondo veloce e cercando di essere più candida possibile, sperando intanto di non avere un pezzo di carne tra i denti.
Milano profuma di buono stasera
Ha piovuto tutto il giorno oggi.
A intermittenza, come un bimbo capriccioso che se ignorato smette. Ma quando proprio hai bisogno di lui, ecco che ricominciano i goccioloni.
Non siamo mai andate d'accordo Milano ed io.
Siamo un po' l'una l'opposta dell'altra.
Lei grande, all'ultima moda, bella solo se la guardi con dei soldi in tasca, sennò sporca e sempre distante.
Mentre io piccola, sempre un po' strana e costantemente fuorifase, ma con la voglia d'esser piena di regali da elargire a chi si mette in gioco, a mani nude, davanti a me.
Non siamo mai andate d'accordo, insomma.
Ma stasera sei fresca, Milano.
Sembri come una donna appena struccata, dopo tutta questa pioggia.
Il tuo grigio trucco pesante, si è sciolto tra le pozzanghere, e hai l'aria un po' stravolta, ma bella.
Così si, mi piaci, penso, guardandoti e annusandoti dalla finestra.
Sai quasi di buono come l'aria di casa mia.
Così mi sento un po' a mio agio, stanca e sfatta come te, già sotto le coperte, che infreddolita lascio gocciolare gli ultimi penseri prima di mettermi a letto.
A intermittenza, come un bimbo capriccioso che se ignorato smette. Ma quando proprio hai bisogno di lui, ecco che ricominciano i goccioloni.
Non siamo mai andate d'accordo Milano ed io.
Siamo un po' l'una l'opposta dell'altra.
Lei grande, all'ultima moda, bella solo se la guardi con dei soldi in tasca, sennò sporca e sempre distante.
Mentre io piccola, sempre un po' strana e costantemente fuorifase, ma con la voglia d'esser piena di regali da elargire a chi si mette in gioco, a mani nude, davanti a me.
Non siamo mai andate d'accordo, insomma.
Ma stasera sei fresca, Milano.
Sembri come una donna appena struccata, dopo tutta questa pioggia.
Il tuo grigio trucco pesante, si è sciolto tra le pozzanghere, e hai l'aria un po' stravolta, ma bella.
Così si, mi piaci, penso, guardandoti e annusandoti dalla finestra.
Sai quasi di buono come l'aria di casa mia.
Così mi sento un po' a mio agio, stanca e sfatta come te, già sotto le coperte, che infreddolita lascio gocciolare gli ultimi penseri prima di mettermi a letto.
martedì 24 novembre 2009
Ocra - Sospetto
“mamma mi compri quella lamboba?” mi guarda, mi guarda con quegli occhi grandi come nocciole, Giuditta. E sorride aprendo quelle fossette da angelo, sapendo che non posso resisterle. Sembra non se ne sia neanche accorta, e mantiene quella posa irresistibile, tenendosi le mani e dondolandosi un po’.
“cosa, amore?” mi inginocchio quasi davanti a lei, col viso preoccupato non tanto per la richiesta ma proprio per le parole che deve ripetere, ma lei non ci casca,
“La bambola, mamma, la bambola! Daii me la compri?” si corregge, in quella frase quasi da adulta, come se fossi io la piccola che non capisce e lei la mamma impaziente.
“Va bene Gioia..” ma già non penso più alla bambola, e la compro e gliela passo senza farci quasi caso. Penso a quella fottuta parola.
Siamo appena uscite dall’ospedale, dopo la visita della logopedista. E’ stata brava la mia Giù, non ha fatto capricci e ha portato pazienza in quello studio dall’odore di disinfettante, a ripetere quelle strane filastrocche.
E adesso, appena uscite, ecco che ricomincia. Continua, continua a sbagliare senza rendersene conto.
Come cazzo fa, Luca, a non rendersene conto? come fa a non vedere, lui che è suo padre?
Sono stata io a insistere, a fargli notare ogni piccola stranezza della bambina, a discutere, a incazzarmi fino a piangere. A supplicarlo di portarla almeno a una visita.
All’inizio era scettico, e quando smettevamo di litigare mi abbracciava, sussurrandomi all’orecchio “vedrai che non è nulla, che divenderà una maestra di italiano, anzi.. non preoccuparti così senza motivo, su..”
E io volevo, fingevo, mi illudevo di credergli, ma questa larva di mosca ricominciava a mangiarmi il cervello e lo stomaco, appena risentivo Giuditta sbagliare.
Le accarezzo i capelli, affondando la mano nei ricci scuri mentre la spingo dolcemente verso il parcheggio, mentre i pensieri girano a vuoto come un disco rotto.
E lei, che le basta una bambolina per essere felice, alza il faccino e mi guarda.
Nella borsa ho ancora la busta del referto, anche se l’esito della dottoressa già continua a gravitarmi in testa
“La sua bambina presenta in effetti dei lievi difetti a livello linguistico. Potrebbero essere sintomo di una disfunzione ascrivibile a una dislessia, ma è troppo presto ancora per essere sicuri. Ha ancora 5 anni e, forse, col tempo, migliorerà...”
Il viso della dottoressa li era diventato come di gomma, evitava gli sguardi e si passava le dita grasse sulla fornte sudata. Come a coprirsi...
Sento ancora quella sensazione, come un anello di freddo che mi stringe lo stomaco e le punte dei polmoni, se ci penso. Vorrei crederle, ma non riesco.
Stringo intanto le cinture al seggiolino della bimba “sali Gioia mia, andiamo a casa!”
e lei sale, obbediente, agitando le mollette rosa che ha in testa e canticchiando una canzone dell’asilo.
“Se mei selice salamai, battilemani... “ inventandosi tutte le parole, perchè dopo un anno che la cantano sempre tutti assieme, non le ha ancora imparate.
Salgo in auto, sentendomi stanca e confusa. E accendo il motore, mentre i miei dubbi si mescolano alla canzone strampalata, come in vortici senza fine.
Stefania Povolo
copywriting e nuovi linguaggi
Sospetto
“cosa, amore?” mi inginocchio quasi davanti a lei, col viso preoccupato non tanto per la richiesta ma proprio per le parole che deve ripetere, ma lei non ci casca,
“La bambola, mamma, la bambola! Daii me la compri?” si corregge, in quella frase quasi da adulta, come se fossi io la piccola che non capisce e lei la mamma impaziente.
“Va bene Gioia..” ma già non penso più alla bambola, e la compro e gliela passo senza farci quasi caso. Penso a quella fottuta parola.
Siamo appena uscite dall’ospedale, dopo la visita della logopedista. E’ stata brava la mia Giù, non ha fatto capricci e ha portato pazienza in quello studio dall’odore di disinfettante, a ripetere quelle strane filastrocche.
E adesso, appena uscite, ecco che ricomincia. Continua, continua a sbagliare senza rendersene conto.
Come cazzo fa, Luca, a non rendersene conto? come fa a non vedere, lui che è suo padre?
Sono stata io a insistere, a fargli notare ogni piccola stranezza della bambina, a discutere, a incazzarmi fino a piangere. A supplicarlo di portarla almeno a una visita.
All’inizio era scettico, e quando smettevamo di litigare mi abbracciava, sussurrandomi all’orecchio “vedrai che non è nulla, che divenderà una maestra di italiano, anzi.. non preoccuparti così senza motivo, su..”
E io volevo, fingevo, mi illudevo di credergli, ma questa larva di mosca ricominciava a mangiarmi il cervello e lo stomaco, appena risentivo Giuditta sbagliare.
Le accarezzo i capelli, affondando la mano nei ricci scuri mentre la spingo dolcemente verso il parcheggio, mentre i pensieri girano a vuoto come un disco rotto.
E lei, che le basta una bambolina per essere felice, alza il faccino e mi guarda.
Nella borsa ho ancora la busta del referto, anche se l’esito della dottoressa già continua a gravitarmi in testa
“La sua bambina presenta in effetti dei lievi difetti a livello linguistico. Potrebbero essere sintomo di una disfunzione ascrivibile a una dislessia, ma è troppo presto ancora per essere sicuri. Ha ancora 5 anni e, forse, col tempo, migliorerà...”
Il viso della dottoressa li era diventato come di gomma, evitava gli sguardi e si passava le dita grasse sulla fornte sudata. Come a coprirsi...
Sento ancora quella sensazione, come un anello di freddo che mi stringe lo stomaco e le punte dei polmoni, se ci penso. Vorrei crederle, ma non riesco.
Stringo intanto le cinture al seggiolino della bimba “sali Gioia mia, andiamo a casa!”
e lei sale, obbediente, agitando le mollette rosa che ha in testa e canticchiando una canzone dell’asilo.
“Se mei selice salamai, battilemani... “ inventandosi tutte le parole, perchè dopo un anno che la cantano sempre tutti assieme, non le ha ancora imparate.
Salgo in auto, sentendomi stanca e confusa. E accendo il motore, mentre i miei dubbi si mescolano alla canzone strampalata, come in vortici senza fine.
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venerdì 20 novembre 2009
Capitolo 3 - telefonate e fiammelle
oggi, tornando a casa, ho avuto un momento... strano.
erano si e no le 17, in una Giambellino come al solito incasinata, io reduce da una giornata, e da una settimana pesante e con la testa piena di ronzii.
Ero stanca, e mettevo via i soldi che avevo appena prelevato (ero pure rimasta intrappolata nel bancomat, andato in tilt), ed ecco che mi suona il cellulare.
Era tutta la settimana che questa persona cercava disperatamente di chiamarmi.
Chiamava alle ore più normali, ma per me più assurde. A ora di pranzo mentre facevo lezione, e richiamavo quando lui o cenava, o aveva altro da fare.
Insomma, questa persona, che un tempo era una presenza autoritaria ma evanescente nella mia vita, mi telefona.
"Ciao, parlo con Stefania? Ciao.. volevo sentire come stavi. tutto bene? settimana scorsa ho visto di sfuggita una ragazza uguale a te in piazza... l'ho inseguita e non eri tu, ma ti ho pensato."
Così ha attaccato quella telefonata strana, telefonata che non mi aspettavo.
Sorridevo mentre attraversando quel dannato incrocio incasinato, me lo immaginavo come un padre un po' nostalgico, che rincorre una sconosciuta credendo che sia la figlia.
Ma non sono sua figlia. Al massimo una ex dipendente.
Mi fa piacere però, e gli racconto, gli sbrodolo tutto, senza neanche accorgermene.
Inizio a parlare e non mi fermo più finchè non sa tutto quello che ora provo, che sto vivendo. Mai parlato con lui così.
Non è durata tanto la conversazione, ma mi ha fatto scattare qualcosa dentro.
Ho chiuso il telefono, e mentre camminavo.. non so, lo facevo con più lentezza.
E sorridevo.
Sì, in quella telefonata ho capito una cosa.
Che finalmente sorrido.
Sorrido nel senso che c'è una fiammella nel mio cuore ultimamente, che continua a ondeggiare allegra.
Se prima c'erano guizzi di fiammiferi, che scaldavano ma si spegnevano in fretta, è un periodo che, non so, mi sembra di vivere finalmente alla luce del giorno.
Una luce non sempre di sole sereno, e neppure d'estate calma e piatta. Anzi più di tempesta, di pioggia, grigio e nebbia, come quella che mi avvolge.
Ma vedo finalmente, e vedo chiaro.
E camminando per strada mi godo i pensieri che vorticano stanchi, osservo le persone che corrono prima che il giorno muoia, mentre io, semplicemente cammino.
E penso che si, ora sono felice.
erano si e no le 17, in una Giambellino come al solito incasinata, io reduce da una giornata, e da una settimana pesante e con la testa piena di ronzii.
Ero stanca, e mettevo via i soldi che avevo appena prelevato (ero pure rimasta intrappolata nel bancomat, andato in tilt), ed ecco che mi suona il cellulare.
Era tutta la settimana che questa persona cercava disperatamente di chiamarmi.
Chiamava alle ore più normali, ma per me più assurde. A ora di pranzo mentre facevo lezione, e richiamavo quando lui o cenava, o aveva altro da fare.
Insomma, questa persona, che un tempo era una presenza autoritaria ma evanescente nella mia vita, mi telefona.
"Ciao, parlo con Stefania? Ciao.. volevo sentire come stavi. tutto bene? settimana scorsa ho visto di sfuggita una ragazza uguale a te in piazza... l'ho inseguita e non eri tu, ma ti ho pensato."
Così ha attaccato quella telefonata strana, telefonata che non mi aspettavo.
Sorridevo mentre attraversando quel dannato incrocio incasinato, me lo immaginavo come un padre un po' nostalgico, che rincorre una sconosciuta credendo che sia la figlia.
Ma non sono sua figlia. Al massimo una ex dipendente.
Mi fa piacere però, e gli racconto, gli sbrodolo tutto, senza neanche accorgermene.
Inizio a parlare e non mi fermo più finchè non sa tutto quello che ora provo, che sto vivendo. Mai parlato con lui così.
Non è durata tanto la conversazione, ma mi ha fatto scattare qualcosa dentro.
Ho chiuso il telefono, e mentre camminavo.. non so, lo facevo con più lentezza.
E sorridevo.
Sì, in quella telefonata ho capito una cosa.
Che finalmente sorrido.
Sorrido nel senso che c'è una fiammella nel mio cuore ultimamente, che continua a ondeggiare allegra.
Se prima c'erano guizzi di fiammiferi, che scaldavano ma si spegnevano in fretta, è un periodo che, non so, mi sembra di vivere finalmente alla luce del giorno.
Una luce non sempre di sole sereno, e neppure d'estate calma e piatta. Anzi più di tempesta, di pioggia, grigio e nebbia, come quella che mi avvolge.
Ma vedo finalmente, e vedo chiaro.
E camminando per strada mi godo i pensieri che vorticano stanchi, osservo le persone che corrono prima che il giorno muoia, mentre io, semplicemente cammino.
E penso che si, ora sono felice.
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mercoledì 18 novembre 2009
Rosso - Piacere
Eccola qui la mia paura, un innocuo piatto di spaghetti.
Uno scivoloso, innocuo, saporoso piatto di spaghetti al pomodoro, di fronte a un’affamata.
Prendo la forchetta e la affondo, come un’arma in quell’ingorgo rosso mentre lo stomaco si agita e la bocca si riempie di saliva.
Da quant’è che non mangio un piatto di pasta? settimane?
Incredibile la diversa prospettiva che si acquista sul cibo dopo un’operazione alle tonsille.
Anche un piatto di pasta si trasforma in ambrosia e filo spinato allo stesso tempo.
Ma dopo due settimane di convalescenza, spero proprio di essere tornata alla normalità.
Di abbandonare pappine tiepide e insapori, viscide al punto giusto per passare senza danni per quel forellino bruciante che la mia gola era diventata.
Dio, il profumo caldo e dolce del pomodoro e del formaggio fa girare la testa.
Bene. Primo tentativo, e primo gomitolo di pasta, che riempie la bocca e i sensi quasi fino a togliere il respiro. I miei denti affondano, stringono, tagliano, giocano, mentre ecco, lo stimolo terribile.
Ho voglia, fame di inghiottire, ma passeranno i pezzetti? o taglieranno come lamette sulla carne ancora viva?
Il desidero è troppo forte, e chiudendo gli occhi mando giù, aspettandomi il peggio. Che non accade, semplicemente.
Il boccone passa in modo delizioso, scivola quasi accarezzando e muovendo farfalle calde e giocose nella pancia.
Mi godo i brividi mentre mastico ancora, e inghiottisco mentre il dolore dei giorni scorsi si è ridotto a un balbettante brivido freddo, che non fa altro che aumentare il piccolo orgasmo per il ritorno al normale.
La fame si calma, e con esso la foga, ma continuo a mangiare, a godere del movimento delle mascelle contro la pasta accogliente, e dello scivolare pigro nella pancia sazia.
Mi appoggio fiacca alla panca, chiudendo gli occhi mentre con un tin la forchetta ricade nel piatto vuoto.
Gli altri attorno a me continuano a mangiare, ignorandomi,
ma io finalmente, sono sazia.
Stefania Povolo
Copywriting e nuovi linguaggi
Piacere
Uno scivoloso, innocuo, saporoso piatto di spaghetti al pomodoro, di fronte a un’affamata.
Prendo la forchetta e la affondo, come un’arma in quell’ingorgo rosso mentre lo stomaco si agita e la bocca si riempie di saliva.
Da quant’è che non mangio un piatto di pasta? settimane?
Incredibile la diversa prospettiva che si acquista sul cibo dopo un’operazione alle tonsille.
Anche un piatto di pasta si trasforma in ambrosia e filo spinato allo stesso tempo.
Ma dopo due settimane di convalescenza, spero proprio di essere tornata alla normalità.
Di abbandonare pappine tiepide e insapori, viscide al punto giusto per passare senza danni per quel forellino bruciante che la mia gola era diventata.
Dio, il profumo caldo e dolce del pomodoro e del formaggio fa girare la testa.
Bene. Primo tentativo, e primo gomitolo di pasta, che riempie la bocca e i sensi quasi fino a togliere il respiro. I miei denti affondano, stringono, tagliano, giocano, mentre ecco, lo stimolo terribile.
Ho voglia, fame di inghiottire, ma passeranno i pezzetti? o taglieranno come lamette sulla carne ancora viva?
Il desidero è troppo forte, e chiudendo gli occhi mando giù, aspettandomi il peggio. Che non accade, semplicemente.
Il boccone passa in modo delizioso, scivola quasi accarezzando e muovendo farfalle calde e giocose nella pancia.
Mi godo i brividi mentre mastico ancora, e inghiottisco mentre il dolore dei giorni scorsi si è ridotto a un balbettante brivido freddo, che non fa altro che aumentare il piccolo orgasmo per il ritorno al normale.
La fame si calma, e con esso la foga, ma continuo a mangiare, a godere del movimento delle mascelle contro la pasta accogliente, e dello scivolare pigro nella pancia sazia.
Mi appoggio fiacca alla panca, chiudendo gli occhi mentre con un tin la forchetta ricade nel piatto vuoto.
Gli altri attorno a me continuano a mangiare, ignorandomi,
ma io finalmente, sono sazia.
Stefania Povolo
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Grigio - crudeltà
And I’m feeling good..
Le trombe della canzone di Bublè che coprono i suoni piatti e monotoni della metro mi avvolgono in una coperta brillante, lasciando tutti gli altri fuori
Ancora un minuto a sta cazzo di metro, constato tra me e me mentre mi dondolo con falsa ansia sulle punte dei piedi. Falsa, perchè tanto ho solo “la tigre” che mi aspetta a casa.
A quest’ora tutti tornano a casa, standosene su questo marciapiede come manichini, tutti fermi a guardare i binari.
“scusi, è da questa la stazione centrale, vero?”
Una mocciosa mi urla d’un tratto nelle orecchie, mischiando le c e le s nella gomma da masticare e strappandomi un brivido sulla nuca.
Rispondo con tono sufficientemente secco da farle perfere la voglia di altre informazioni. Ma invece di lasciarmi stare si sistema incredibilmente, sfacciatamente davanti a me, proprio sulla linea gialla fregandosene di tutti i miei sforzi per rimanere in prima fila.
Il suo odore da candito sintetico mi aggancia le narici, stringendomi alla bocca dello stomaco.
Quanto avrà? 15 anni? se la mia Giulia diventa così giuro che...
Intanto l’aria calda della metro, carica di polvere e fumi di motore, le passa tra i capelli biondicci e si confonde, si mischia a quell’intruglio dolciastro.
Ma questo, questo mix mi piace.
Mi piace mi piace mi piace... e mi avvicino di più ai suoi capelli, che ora si alzano nel vento, e sollevo la mano mentre la luce dei fari compare, e la appoggio sulla sua spalla, lì, poco sotto il mio naso.
Gli altri penseranno che sono un amico, che voglio tirarla indietro, in salvo, e invece no.
Con un rimescolìo dello stomaco appoggio l’altra mano appena sotto la sua scapola, sulla schiena magra... e spingo.
Dura tutto un istante, lei che volteggia in avanti come una bambola, i capelli come meusa inghiottiti dal votice delle urla, e il mio basso ventre che formicola trionfante.
Qualcosa mi dice di trattenerla, che sono ancora in tempo, ma non lo faccio.
E mi piace.
Volteggia oltre il bordo agitano le mani, poi scompare inghiottita dal treno, mentre attorno il caos.
Il vagone si ferma, troppo tardi su quello che rimane, e mentre tutti mi urtano, nelle orecchie Bublè intona l’ultima frase
And I’m feeling... good..
Stefania Povolo
Copywriting e nuovi linguaggi
Crudeltà
Le trombe della canzone di Bublè che coprono i suoni piatti e monotoni della metro mi avvolgono in una coperta brillante, lasciando tutti gli altri fuori
Ancora un minuto a sta cazzo di metro, constato tra me e me mentre mi dondolo con falsa ansia sulle punte dei piedi. Falsa, perchè tanto ho solo “la tigre” che mi aspetta a casa.
A quest’ora tutti tornano a casa, standosene su questo marciapiede come manichini, tutti fermi a guardare i binari.
“scusi, è da questa la stazione centrale, vero?”
Una mocciosa mi urla d’un tratto nelle orecchie, mischiando le c e le s nella gomma da masticare e strappandomi un brivido sulla nuca.
Rispondo con tono sufficientemente secco da farle perfere la voglia di altre informazioni. Ma invece di lasciarmi stare si sistema incredibilmente, sfacciatamente davanti a me, proprio sulla linea gialla fregandosene di tutti i miei sforzi per rimanere in prima fila.
Il suo odore da candito sintetico mi aggancia le narici, stringendomi alla bocca dello stomaco.
Quanto avrà? 15 anni? se la mia Giulia diventa così giuro che...
Intanto l’aria calda della metro, carica di polvere e fumi di motore, le passa tra i capelli biondicci e si confonde, si mischia a quell’intruglio dolciastro.
Ma questo, questo mix mi piace.
Mi piace mi piace mi piace... e mi avvicino di più ai suoi capelli, che ora si alzano nel vento, e sollevo la mano mentre la luce dei fari compare, e la appoggio sulla sua spalla, lì, poco sotto il mio naso.
Gli altri penseranno che sono un amico, che voglio tirarla indietro, in salvo, e invece no.
Con un rimescolìo dello stomaco appoggio l’altra mano appena sotto la sua scapola, sulla schiena magra... e spingo.
Dura tutto un istante, lei che volteggia in avanti come una bambola, i capelli come meusa inghiottiti dal votice delle urla, e il mio basso ventre che formicola trionfante.
Qualcosa mi dice di trattenerla, che sono ancora in tempo, ma non lo faccio.
E mi piace.
Volteggia oltre il bordo agitano le mani, poi scompare inghiottita dal treno, mentre attorno il caos.
Il vagone si ferma, troppo tardi su quello che rimane, e mentre tutti mi urtano, nelle orecchie Bublè intona l’ultima frase
And I’m feeling... good..
Stefania Povolo
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Crudeltà
martedì 17 novembre 2009
Capitolo 2 - non è possibile non comunicare
eccomi qui, a una settimana di distanza, che faccio come al solito le ore piccole.
I giorni scorrono veloci, lezioni di marketing e troppo poche quelle creative.
Ma quelle poche che ci danno, mi mettono già un po' in crisi.
Montaggio con il programma con cui è stato fatto il signore degli anelli e corso di racconti che ci spreme due brani a settimana. a me che già uno in un mese significa ispirazione.
Ma vai avanti picciona, mi dico, e così faccio.
A suon di kebab, porcherie e golosaggini, che subito brucio nelle corse.
Ma sapete una cosa? MI FA SENTIRE VIVA.
Questo correre, sudare, lavorare fino a tardi, la stanchezza e le sciracche da trentina quando mi sveglio troppo presto, almeno mi fanno capire che ci sono.
Solo che non ho tempo per le riflessioni, non quanto ne vorrei.
Ho ancora tanto da fare, e la notte è corta.
E poi anche se poco comunico, comunico lo stesso, no?
Quindi lasciatemi correre, ho ancora troppo, troppo da fare.
I giorni scorrono veloci, lezioni di marketing e troppo poche quelle creative.
Ma quelle poche che ci danno, mi mettono già un po' in crisi.
Montaggio con il programma con cui è stato fatto il signore degli anelli e corso di racconti che ci spreme due brani a settimana. a me che già uno in un mese significa ispirazione.
Ma vai avanti picciona, mi dico, e così faccio.
A suon di kebab, porcherie e golosaggini, che subito brucio nelle corse.
Ma sapete una cosa? MI FA SENTIRE VIVA.
Questo correre, sudare, lavorare fino a tardi, la stanchezza e le sciracche da trentina quando mi sveglio troppo presto, almeno mi fanno capire che ci sono.
Solo che non ho tempo per le riflessioni, non quanto ne vorrei.
Ho ancora tanto da fare, e la notte è corta.
E poi anche se poco comunico, comunico lo stesso, no?
Quindi lasciatemi correre, ho ancora troppo, troppo da fare.
sabato 7 novembre 2009
Capitolo 1 - i viaggi
Questa mattina, svegliandomi come al solito poco prima che suoni la sveglia, ancora piena di sonno e con la rabbia di aver perso pochi ma preziosi minuti senza motivo... ho capito che a questa vita da picciona, mi sto abituando.
Mi sto abituando a dormire appollaiata e a fare casa di luoghi strani, di passeggiare dondolando e volare via appena una macchina tenta di schiacciarmi.
A beccare qualcosa appena posso per non morir di fame.
Come faccio con questa vita da picciona a diventare una copy creativa?
Quel che non uccide fortifica, e se la mia vita da copy deve essere un po' picciona, meglio che mi abitui subito, mi dico.
e vado avanti
Mi sto abituando a dormire appollaiata e a fare casa di luoghi strani, di passeggiare dondolando e volare via appena una macchina tenta di schiacciarmi.
A beccare qualcosa appena posso per non morir di fame.
Come faccio con questa vita da picciona a diventare una copy creativa?
Quel che non uccide fortifica, e se la mia vita da copy deve essere un po' picciona, meglio che mi abitui subito, mi dico.
e vado avanti
giovedì 5 novembre 2009
Prefazione - un lungo viaggio
C'era una volta una piccola trentina, laureata di fresco, che un giorno decise di catapultarsi a Milano.
Così può iniziare il mio blog, e continuare la mia storia che continua a intrecciarsi, storta, a mille altre senza un apparente motivo.
E così mi ritrovo ora,
definitivamente catapultata in un'aula ancora estranea,
tra gente ancora estranea,
in una città ancora estranea..
Continuo il mio viaggio arrancando anche in mare aperto, come sono ora. Anche senza punti di riferimento, per ora mi basta galleggiare.. per sfrecciare via ci penseremo poi.
Il mio pensiero critico è per ora sospeso.
Non voglio giudicare ancora la mia esperienza,
la strada così diversa dalla pacifica e violenta Verona, o dalla gelida quotidianeità di Castello.
Il traffico mi sommerge, costantemente, mi culla la notte e il giorno mi sveglia, mi scorre dentro e attorno anche nell'aria che riespiro.
Anche nella confusione di quello che faccio per ora, consapevole che la stanchezza dovrà diventare un'abitudine e i ritmi dovranno adeguarsi al palpitare del verde dei semafori.
Non voglio giudicare ancora, convinta che la mia avventura sia ancora alla prefazione, e dalla prefazione non si giudica una storia.
Almeno non si dovrebbe.
Così può iniziare il mio blog, e continuare la mia storia che continua a intrecciarsi, storta, a mille altre senza un apparente motivo.
E così mi ritrovo ora,
definitivamente catapultata in un'aula ancora estranea,
tra gente ancora estranea,
in una città ancora estranea..
Continuo il mio viaggio arrancando anche in mare aperto, come sono ora. Anche senza punti di riferimento, per ora mi basta galleggiare.. per sfrecciare via ci penseremo poi.
Il mio pensiero critico è per ora sospeso.
Non voglio giudicare ancora la mia esperienza,
la strada così diversa dalla pacifica e violenta Verona, o dalla gelida quotidianeità di Castello.
Il traffico mi sommerge, costantemente, mi culla la notte e il giorno mi sveglia, mi scorre dentro e attorno anche nell'aria che riespiro.
Anche nella confusione di quello che faccio per ora, consapevole che la stanchezza dovrà diventare un'abitudine e i ritmi dovranno adeguarsi al palpitare del verde dei semafori.
Non voglio giudicare ancora, convinta che la mia avventura sia ancora alla prefazione, e dalla prefazione non si giudica una storia.
Almeno non si dovrebbe.
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