martedì 8 dicembre 2009

... e sviluppo di incipit

questo è forse meglio.
il 3 incipit di settimana scorsa, scelto dal prof e sviluppato da me. Ditemi cosa ne pensate.


Sangue

Sangue, sangue, sangue dapperutto.
Sul divano bianco, nelle pieghe del parquet, sulle mie dita.
Davanti a me c’è solo il sangue, e una scarpa di Cosimo che spunta da dietro il tavolo.
Poi tutto si immerge in una nebbia grigia, e mi lascio cadere a terra, singhiozzando.

Chi avrebbe pensato che sarebbe capitato a me? IO che con gli uomini sono sempre stata attenta, cauta, una brava ragazza.
e Federico sembrava così per bene, uno di sani valori, di quegli uomini che ormai non se ne trovano più, un cavaliere.
Dal grigio della mia incoscienza riemerge la nostra prima serata, come una foto in bianco e nero nel liquido di sviluppo.
Quella sera mi portò a mangiare il pesce sul lago, una sera tra amici, eppure eravamo solo noi due.
Le sue mani curate usavano le posate come se fosse un giocoliere, così elegante e naturale.
Quando mi imboccò con un pezzo di polpa d’astice sentii un brivido basso e intenso, come fossi stata una corda di violoncello.
Ero una principessa esotica e lui il mio principe dagli occhi di giada, così sensuale e deciso.
Già quella sera passammo la notte assieme. A casa mia.
Non ci lasciammo il tempo ne per la luce, ne per chiudere le finestre che avevo lasciato spalancate, e di quella notte ricordo tutto come scintille in quel buio o, a pensarci adesso, come brividi di morsi nella carne.
Ma quelle scintille attecchirono alla mia anima di carta, formando con lentezza un fuoco forte, intenso.
Diventammo presto inseparabili. Dove c’era lui, ecco io, e dove c’ero io, lui.
Gli impegni non ci fermavano, e nel suo ufficio diventai di casa. I suoi colleghi mi rispettavano, semplicemente perchè stavo con lui.
E ad ogni problema, ad ogni piccolo desiderio, facevo affidamento su di lui, e come un mago lui mi esaudiva.
La sua attenzione era in ogni minimo gesto, dallo zuccherarmi il caffè, all’accompagnarmi in ogni luogo, proteggendomi anche dal vento con le falde del suo cappotto di cachemiere.
Apro lentamente gli occhi, trovandomi a fissare una gamba del divano e un pezzo di pavimento. Come se fossi una fotocamera buttata a terra.
E come una fotocamera rotta mi sento, tra i tagli e quelle che, credo, siano ossa rotte.
Vorrei piangere, ma il diaframma e i polmoni bruciano da morire, quasi non riesco neanche a respirare.
Dio.
Non so che fare. Non riesco ad alzarmi, neppure a rotolare da un fianco all’altro, ora che l’adrenalina defluisce, e il dolore diventa un abito rosso aderente.
e con il dolore, si schiarisce anche il cervello, e ricomincio il mio cammino a ritroso.
Dopo qualche tempo siamo andati a vivere assieme, io e Co’.
Decise come al solito tutto lui, trovando la casa perfetta, con il giardino perfetto, quel giardino che sembrava quello delle favole quella notte che, prima di riaccompagnarmi a casa dopo essere stati al cinema come tutti i mercoledì, mi aveva portata a vederlo.
Mi portò in questo quartere residenziale, deserto per la notte fonda, e mi fece scendere dalla macchina. Mi guidò fino al piccolo cancelletto in acciaio e mi prese le mani, portandole sulle sbarre. “che dici gioia mia?” così me lo propose, senza dire altro, e io lo capii subito con un tuffo, e accettai pazza di gioia.
E mi strinse quella notte, mi strinse e mi sollevò da terra quasi a volermi lanciare tra le stelle.
Fu così veloce il trasloco che già dopo due giorni sembrava vivessimo assieme da sempre.
Ci svegliavamo assieme, correndo per non fare tardi, io facevo il cafè e lui rifaceva il letto, e dopo lavoro tornavamo con la sua alfa, discutendo con pigrizia di quello che ci era capitato.
Era nervoso, sempre nervoso lui dopo lavoro, e il suo accento palermitano si inaspriva parlando dei suoi colleghi.
Fissava la strada con decisione, stringendo le dita sul volante fino a sbiancarsi le nocche.
“non mi hai mai visto arrab biato gioia mia, e prega di non farlo mai” mi sussurrava basso ogni tanto, come quasi una minaccia, piantandomi gli occhi negli occhi come grigi stiletti.
E intanto il fuoco tra noi si chetava, tra i mille impegni e la consuetudine, e le differenze di carattere, di giorno in giorno più forti.
O, non so, forse era perchè eravamo troppo uguali. ma ormai non ha più importanza.
Le lacrime mi scendono sulle guance, ma me ne accorgo solo per il lento Plop, del gocciolare sul legno. Mi sento una bambola di pezza, usata e buttata li, e il pensiero di lui ormai incosciente oltre il divano, mi spinge ad alzarmi.
Il dolore mi scoppia dappertutto, di più nell’anima sporcata, mentre con lentezza mi metto a sedere a terra, stringendo le gambe e le palpebre, sperando.. dio, di svegliarmi da quell’incubo.
E invece no, Federico quella sera era tornato veramente alle 3 di notte.
Era veramente entrato nella nostra casa ubriaco fradicio, portando con se una sconosciuta.
E io che l’aspettavo tra le coperte, vestita con la lingerie di seta azzurra che gli piaceva tanto, che mi ero fatta una corsa incredibile per tornare a casa il giorno prima, che lo sento entrare e come una scema mi sento lo stomaco tremare dalla gioia.
Non lo sento salire, ma un indistinto rumore di sedie rovesciate, di mobili spostati e di grugniti mi spinge a scendere di sotto, un po’ preoccupata. Ma, dio, che vergogna.
Appoggio la faccia tumefatta alle ginocchia gelide, ricordando quei due che come animali si contorcevano contro il muro, i capelli scuri di lei impigliati nel mio poster della vecchia skyline di Manhattan, e lui che le metteva le mani dappertutto sotto la canotta gialla.
Sarei voluta morire, anche in modo doloroso, ma in silenzio per non farmi sentire.. e invece ecco che quel cavolo di parquet che crepita, e mi fa scoprire.
Crac. E lui si ferma, come se fosse stato un soldato pronto al contrattacco, come se il nemico gli fosse arrivato alle spalle e dovesse raccogliere le forze per reagire all’imboscata. Lei mi guarda, gli occhi insipidi come di un’attrice che stesse per urlare “cielo, tua moglie”.
Avrei riso, se non fosse successo a me.
Poi lui si gira, mi guarda, e mi uccide. Come fa ad avere ancora lo sguardo gelido? Come fa a non spalancare la bocca, a non vomitarmi scuse addosso, perdono, dispiacere...
No, lui mi guarda, con sfida e stirando le labbra grosse, come da donna con ancora addosso il rossetto dell’altra, e sfacciato mi saluta
“Gioia, già qui?”
Lì qualcosa scoppia dentro di me, mi implode il cuore in un urlo muto che mi brucia i polmoni, mi conficca le urla nel palmo.
“Mandala via” quasi urlo, con una voce non mia, e lei scappa senza farselo ripetere, sbattendo la porta.
“ lei è Valentina comunque...” risponde, calmo, appoggiandosi al muso e passandosi pollice e indice attorno alle labbra, in quel gesto volgare e inequivocabile per me.
Porco.
Poi non mi ricordo altro.
Cioè, so di averlo schiaffeggiato, lui mi ha stretto il polso bloccandomi, ho urlato, l’ho insultato l’ho colpito colpito colpito ancora, mentre vedevo la sua pazienza sgretolarsi ma non mi importava. Anzi lo volevo arrabbiato. Volevo una reazione.
E poi, poi è scoppiato, letteralmente. Mi ha lanciato a terra, sbattendo la testa e facendomi volare in cucina.
E’ rimasto muto, ma lo sentivo che era pazzo di rabbia, come non lo avevo mai visto.
Mi alzo, piano, tenendomi al bracciolo di pelle del divano per non lasciarmi andare ai giramenti di testa, agli occhi che continuavano a riempirsi di un liquido opaco e rosa, forse il sangue della fronte che si mischiava alle lacrime.
Niente da fare, le due gambe ancora non mi reggono e i giramenti si trasformano in una nausea potente, ma so di dover fare qualcosa.
Mi inginocchio, di nuovo e provo a muovermi a gattoni, anche se il polso destro mi fa male e i tagli sulle gambe di riaprono come branchie.

Mi muovo per non ricordare quei pugni, quegli schiaffi a mano aperta e quel suo sguardo da pazzo. Impassibile. E la mia paura di morire sotto la sua preparazione di arti marziali da palestra.
E tutto a un tratto il suo scivolone, semplice, quasi comico se non fosse che la sua testa ha fatto un toc sordo sulle mattonelle.
Passo oltre il divano, chiudendo gli occhi per non vederlo, e afferro il telefono prima di sedermi a terra.
L’ho imbrattato di rosso, ma nonostante i tasti scivolosi, digito il 118.
“118 mi dica”
Mi risponde una voce tranquilla, che mi apre in un pianto sonoro. Tra i singhiozzi come una bambina, disperata biascico di aiutarmi, affidandomi alle sue domande, rispondendo tra i singhiozzi.
“stia con me signora.. continui a parlarmi, l’ambulanza sta arrivando...”
La voce ora si è spaventata, ma non perde la sua professionalità, mi sento cullare dalle continue domande mentre tutto attorno a me inizia a sfumare di nuovo.
una sirena inizia a vibrarmi nella testa, fino a diventare assordante, le luci blu sprizzano nelle finestre... e la mano di Cosimo, disteso di schiena davanti a me, che tra quella luce intermittente si contrae piano.

2 commenti:

  1. Ciao Stefania
    devo dire che l'aria, o meglio, lo smog di Milano, in questo caso ti si addice...
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  2. Grazie anonimo!
    sempre un piacere ricevere complimenti,
    la sfida però e non adagiarvisi e fare sempre meglio! :)

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