le prime righe sono di un mio compagno di corso, datemi per compito. Il resto è tutta farina del mio pazzo sacco. Buon divertimento.
Le fiamme strazieranno il suo corpo fino alla morte, lentamente, come merita.
Ormai l’ora si stava avvicinando, il presidente sarebbe andato a rogo alle 7 di questa sera.
Stava seduto li, Kabir, nell’oro pallido del tramonto che filtrava dalla finestra ampia davanti a lui.
Stava li, accarezzando quelle parole tra lingua e palato, come fossero un corposo vino rosso.
Al rogo..
E sarebbe stato lui, in diretta mondiale, ad avere il privilegio assoluto, a centrare il presidente e incendiarlo…
Un brivido gli fece raddrizzare la schiena, mentre il sudore colava sotto la canottiera slabbrata e ingiallita.
Le mani gli tremavano, e un ronzio basso gli sconvolgeva lo stomaco.
Ma non si sarebbe mai permesso il lusso di dirsi spaventato. No, i guerrieri come lui, i guerrieri della libertà non possono aver paura.
Ma aveva già vomitato due volte in poche ore.
Si alzò dalla poltrona sfondata in cui si era sdraiato, ben di fronte alla finestra da cui si poteva vedere l’immenso palco ancora in costruzione, e si diresse verso la porta del bagno dalle mattonelle sbrecciate.
Non era altro che un appartamento abbandonato quello ormai. Poche erano le tracce di vita recente:
L’acqua scorreva dai tubi come sangue annacquato da tanto che era melmosa e ferruginosa, e ogni ripiano era ricoperto della polvere unta e rossa del deserto, portata li attraverso i serramenti pencolanti e mezzi distrutti, attraverso cui il vento caldo e umido filtrava gemendo.
Aprì il getto d’acqua della doccia e si tolse lentamente i vestiti puzzolenti, che gli si attaccavano alla pelle nuda come cerotti fastidiosi.
Doveva rendersi un rispettabile cittadino, un rispettabile e ordinario contribuente.
Rimase tanto sotto il getto opalescente, grattando il suo corpo magro e pallido per la vita ritirata fino a rendere la pelle rossa e bruciante sotto il getto fattosi gelido, finchè anche il buio della sera non riusci a confondere tutto.
Sua madre gli diceva sempre “pulito fuori, pulito dentro”.
Era ora, presto, si disse mentre ancora fradicio percorreva il corridoio della casa deserta, alla ricerca dei vestiti coscienziosamente appoggiati alla spalliera del letto dai suoi capi.
Da quelli che avevano deciso tutto e che avevano deciso lui.
Si, avevano deciso lui e avevano deciso i risvolti della sua vita, ne erano diventati capaci e assoluti padroni.
Eterna gloria e successo ai sui capi, e a Colui che per i capi tutto decise.
Mormorò chiudendosi il penultimo bottone della camicia. Era pronto.
Davanti a lui la pesante specchiera anni 60 rotta e abbandonata sghemba in un angolo gli ritornava l’immagine di un moccioso, di a mala pena 30 anni, dallo sguardo perso e le occhiaie sotto gli occhi.
Era ora di andare, disse al se stesso riflesso, e si chinò per prendere la borsa, il cui peso e smorzato tintinnio gli diedero forza.
Con la mente in standby scese in piazza, superò senza problemi le svagate guardie di sicurezza appostate lungo il perimetro dell’incontro e si lasciò ingurgitare dalla folla che già si era raccolta.
Era un meeting di scarsa importanza quello, uno di quei comizi che l’organizzazione imbastisce più che altro per farsi vedere, farsi ricordare. Un po’ quegli eventi o si o si, in cui non vi è un ordine del giorno preciso.
C’erano pacche sulle spalle e chiacchiere attorno a lui con lo sguardo basso sul selciato tirato a lustro per l’occasione, lui che doveva sembrare uno di quegli studentelli attivisti un po’ fuoriposto tra quella manica di vecchi tromboni, che come lui stavano ciondolando per la piazza ascoltando svagati la musica sparata dai megafoni gracchianti.
Solo che gli altri studentelli non avevano come lui un’ingorgo di fili e pacchetti e scotch sotto la camicia larga.
L’aria calda si spostava ora in ventate dispettose, alte sopra la testa che prendevano in giro senza lasciar respirare, aiutate anche dal calore sempre più muschioso e arrogante dei corpi che pian pianino si accalcavano.
Si fece largo Kabir per arrivare il prima possibile ben sotto al palco, dove il presidente avrebbe parlato. L’attesa ora correva su e giù sotto la pelle come un insetto infestante, come la scabbia che mangia e gratta e formicola.
Quando finalmente non ce la faceva più e le ginocchia iniziavano a tremargli come se fossero state di gomma, ecco, il rintoccare cupo del campanile dall’altro lato della piazza del paese.
Ecco le sette.
Ed ecco il presidente salire sul palchetto.
E lui era lì, pronto, circondato di telecamere e armato anche lui del suo apparato speciale
Telecamera wifi da 6000 pixel, visione notturna, che gli spuntava come un bottone dalla camicia. La attivò, e un fischio gli invase l’orecchio destro, dove la piccola auricolare sembrava un innocuo tappino rosa.
Si sentiva un agente segreto.
“cetriolo incazzato, cetriolo incazzato, qui mamma cicoria. Passa una mano sull’inquadratura se sei pronto alla grande missione”.
E lui lo fece, passandosi il palmo della destra sul collo, mentre con la sinistra frugava alla ricerca della tanichetta di benzina nella tracolla che portava con se.
Stai calmo Kabir.. stai calmo, si sussurrava, mentre il cuore gli sembrava sfarfallasse in gola, mentre con la destra ora era sceso nella tasca a prendere l’accendigas.
Uno spruzzo, uno solo ma ricco e abbondante, diretto in piena faccia, e poi zac.
Uno spruzzo solo aveva a disposizione, doveva essere agile come la morte incidentale e preciso come un giocoliere, e avrebbe fatto il suo lavoro appena lui si sarebbe chinato per dare le strette di mano di rito.
Tra pochi minuti insomma.
Ancora 4…3..2 mani e sarebbe toccato a lui.
Ecco gli occhi porcini e iniettati di sangue del presidente.
Ed ecco lo spruzzo.
In piena faccia, e poi giu veloce lungo la camicia candida, i vestiti, trasformandosi in un’inconsapevole torcia umana…
Ancora un goccio, tra l’ilarità generale e il disappunto dell’uomo davanti a lui, che in vano cercava di ripararsi, e poi l’accendino…
L’accendino…
… L’accendino che non va.
Merda.
Questo dannato accendino che non va e che manda tutto all’aria.
Un ultimo tentativo, inutile, mentre il cetriolo incazzato semprepiuincazzato viene buttato a terra dalla sicurezza, e il presidente, il grande presidente della federmacellai si rendeva finalmente conto di aver rischiato la vita.
martedì 26 gennaio 2010
domenica 10 gennaio 2010
ritorno a Milano
Eccomi qui, a tornare a Milano dopo questi 15 giorni di casa, della mia amata trentino.
Sono partita il primo pomeriggio, e i rami degli alberi erano ancora merlati di bianco. La sera prima ha nevitato, e anche se le strade erano tutte pulite, finalmente S.Lugano, Castello, ll Cermis che vedo dalla finestra erano tutti coperti di neve, come se gli occhi avessero perso il senso del colore e tutto si fosse ridotto al bianco e nero.
Bianco e azzurro più che altro, del cielo terso che spuntava tra gli sfilacci di nuvole.
Non riesco a descrivere come mi sono sentita dietro al finestrino della macchina, con le valigie già pronte e con il pensiero di dover riprendere il treno e tornare alla grigia città.
Come facevo 3 settimane fa a considerare bella Milano, quel donnone caciarone e perennemente truccato, quando ho davanti agli occhi la mia Soreghina, il mio Salvanel che saltellano leggeri e sempre giovani tra i miei boschi?
Ora però è difficile tornare, quello si.
Devo riprendere il ritmo frenetico e piccione, adesso che mi sono abituata di nuovo al cauto e costante passo del montanaro.
E già pian piano mi viene naturale, rincantucciata calma e piccina tra la montagna di valige mentre gli altri passeggeri si lamentano e spintonano.
Magra consolazione, almeno non ho perso l’abitudine al treno.
La cosa che mi consola è che adesso, col cuore e la mente di nuovo ripulite, forse riesco a guardarmi di nuovo meglio attorno. Ah, forse ho più puliti pure i polmoni.
Sono partita il primo pomeriggio, e i rami degli alberi erano ancora merlati di bianco. La sera prima ha nevitato, e anche se le strade erano tutte pulite, finalmente S.Lugano, Castello, ll Cermis che vedo dalla finestra erano tutti coperti di neve, come se gli occhi avessero perso il senso del colore e tutto si fosse ridotto al bianco e nero.
Bianco e azzurro più che altro, del cielo terso che spuntava tra gli sfilacci di nuvole.
Non riesco a descrivere come mi sono sentita dietro al finestrino della macchina, con le valigie già pronte e con il pensiero di dover riprendere il treno e tornare alla grigia città.
Come facevo 3 settimane fa a considerare bella Milano, quel donnone caciarone e perennemente truccato, quando ho davanti agli occhi la mia Soreghina, il mio Salvanel che saltellano leggeri e sempre giovani tra i miei boschi?
Ora però è difficile tornare, quello si.
Devo riprendere il ritmo frenetico e piccione, adesso che mi sono abituata di nuovo al cauto e costante passo del montanaro.
E già pian piano mi viene naturale, rincantucciata calma e piccina tra la montagna di valige mentre gli altri passeggeri si lamentano e spintonano.
Magra consolazione, almeno non ho perso l’abitudine al treno.
La cosa che mi consola è che adesso, col cuore e la mente di nuovo ripulite, forse riesco a guardarmi di nuovo meglio attorno. Ah, forse ho più puliti pure i polmoni.
Anaconda, un racconto e 15 parole fisse.
cosa ne verrebbe fuori se vi chiedessero di scrivere un racconto di 3, 4 pagine che contenga TUTTE queste 15 parole?
Anaconda
Ragazza bionda
Sponda
Cappotto bruciato
“è inutile che insisti”
Machete
Pallone
Ginocchio
Proiettore
Anna
Maglione Fucsia
Film di guerra
Nastro d’asfalto
Notte cupa
Violentata
Io ci ho provato,ditemi che ne pensate e, soprattutto, vediamo cosa riuscite a fare voi!
Questa notte, è una notte cupa.
Una di quelle notti in cui nei paesi civilizzati, america, europa, Italia, le ragazze bionde, ingenue, dai seni nascosti sotto morbidi maglioni fucsia vengono violentate da quelli che credono i loro migliori amici, i loro innocui vicini di casa.
Si rovinano, semplicemente e in modo straordinariamente banale. Come quando camminando per la strada nei loro vestitini di chanel, lasciano cadere le loro sigarette light, che rimbalzano sulle maniche lasciando l’odore di cappotto bruciato. Quello che resta di loro è come quel pallino nero, quei 1000euro rovinati e il “cazzo” sussurrato tra le labbra lucide di gloss.
E’ una di quelle notti in cui le stelle non esistono, solo una luna piena e malata dietro alle nuvole, come un proiettore sporco e polveroso che spande sulle strade e sulle città la sua luce fumosa, trasformando ogni nastro d’asfalto in altrettanti piccoli squallidi teatrini.
Appropriato per un film dell’orrore, no?
Lascio andare i pensieri seduto su quel ramo d’albero coperto di muschi e mucillaggini.
Il caldo del giorno filtra ancora tra le fronde, come aliti di bocche marcescenti, come se l’acqua del fiume alle cui sponde mi sono appostato, avesse ingurgitato tra i suoi gorghi i peggiori miasmi, e ora li vomitasse fuori.
Dondolo le gambe insaccate negli stivaloni da pescatore, vedendo nella mia immaginazione il mio ginocchio destro trasformarsi in un osso, e dondolare e beccheggiare nel pentolone di Rosalia come quando, ogni due settimane, uccide uno dei pochi polli che alleva, e ne fa brodo.
Si, quell’aria era calda e rancida proprio come brodo stantio.
Vediamo di non fare noi la fine del pollo però, borbotto tra me.
L’uscita notturna di quella sera non sarebbe durata più di alcune ore: cercare un esemplare, sedarlo, catturarlo e portarlo in clinica.
Appoggio la schiena al tronco d’albero, e afferro il piccolo machete fissato alla cintura, che dondolava pigro nel suo fodero oltre il bordo del ramo.
Solo 3 mesi prima probabilmente a quell’ora ero nel letto con Anna, a guardare un film di guerra del cazzo di cui non seguivamo neanche mezza parola, troppo occupati a fare sesso e a studiarci da una sponda all’altra del letto, come se fossimo stati due estranei.
Stavamo assieme da 4 anni, ma non ci conoscevamo più. Ho fatto bene a mollare tutto, compresa lei, e venire qui.
Un head hunter mi aveva mandato una mail, offrendomi quel lavoro di ricercatore in sudamerica, e ho mollato tutto, amici, lavoro alla glaxo, e lei. Dio, urlava come un’aquila quando gliel’ho detto.
E adesso sono qui, a metà tra il tizio di missione natura e un pescatore della laguna veneta, a cercare anaconde.
Cazzo.
Scuoto la testa, e in modo un po’ goffo mi lascio scivolare lungo il tronco, per tornare a terra.
Sembra assurdo, si, ma qualcuno questo lavoro deve pur farlo, no?
Ho una buona conoscenza sia di spagnolo che di portoghese, laurea in veterinaria e specializzazione in animali esotici, l’hobby dell’arrampicata e di trekking…
Ma non riesco a nascondere una sonora sghignazzata al pensiero di potermi presentare al prossimo convegno del mio ordine regionale, a uno dei miei colleghi vecchi e ciccioni e, nei discorsi saltar fuori con un “sai, settimana scorsa sul Panama…”
Ahahaha. Da vero spandimerda.
E ora proprio da deficiente che sghignazza da solo mi trovo a passeggiare sulle sponde di un fiume del sudamerica di cui mi sfugge il nome, con la melma che mi risucchia gli stivali con un suono disgustoso, e a cercare anaconde.
Devo ricordarmi di scrivere una cartolina alla mamma, sempre se ne trovo in questo posto.
“oy Roverto!”
Raul mi richiama all’ordine, distogliendomi dalle mie seghe mentali con quel suo italiano stentato, a metà tra una presa in giro e un omaggio al mio essere straniero. Abbiamo un lavoro da fare, e prima lo facciamo, prima ci togliano ste cazzo di sanguisughe. Dio che schifo, appena messo un piede in acqua, ed eccole che già risalgono la parte esterna degli stivaloni. Ne schiaccio alcune col piatto del machete, ma so che è inutile. Fuori le braccia dall’acqua, niente pelle scoperta, e via la paura.
La torcia di Raul, davanti a me, si è già fermata. Possibile che ne abbia già trovata una tra queste paglie?
Si ferma, si volta verso di me, e sibila un nervoso “aquì”.
Reprimo la mia voglia di correre, o la farei fuggire, e raggiungo il mio compagno con passi lunghi e cauti, tra acqua e erbe marcescenti.
Qualche giorno dopo il mio arrivo, quando per la prima volta mi mandarono a catturare esemplari, un mio collega italiano mi disse
“le anaconde sono un po’ come grasse vacche con problemi comportamentali. Stanno lì, lente e inoffensive, potresti quasi calpestarle da tanto sono immobili, poi d’un tratto.. swosh! Prendono e scappan via come siluri. E ricordati di non fartene arrotolare mai una attorno a una gamba. O sei fottuto.”
Prendo il fucile con i proiettili di calmante, già carico e appeso alla schiena, e tolgo la sicura con una mossa energica del braccio. È grosso e pesante, e la superficie lucida del metallo barbaglia alla pigra luce lunare.
Non ci sono scuse di poca luce, posizione disagevole o altro. Non posso sbagliare. Un colpo ben assestato e poi alcuni passi indietro, in attesa che la bestia si addormenti.
Raul si sposta, e vedo anche io la superficie liscia e immobile del dorso del serpente. Così serica e elegante tra il fango, che ha un che di suadente. Ma basta, prendo la mira, tolgo la sicura, premo e
PPPF!
Con un forte rumore di stantuffo, il dardo penetra nella carne morbida, che subito scatta in avanti e in basso, rimmergendosi nel fango per nascondersi.
Cazzo. Di nuovo una caccia al tesoro, e giù con le mani in quello schifo.
Aspettiamo ancora 5 minuti, Raul con la mano guantata sul cronografo, per essere sicuri che l’anestesia abbia fatto effetto, poi, cauti, iniziamo a cercare tutto attorno.
Non dovrebbe essere troppo lontano, il fatto è che così, senza movimento è facile passarci sopra senza accorgersene, se non si affondano bene le mani tra le foglie umide e sotto l’acqua stagnante.
Abbiam fatto abbastanza casino per aver allontanato tutti i pericoli attorno a noi, ma mettere le mani, anche se coperte dai grossi e pesanti guanti in gomma e fil di ferro in quel fango insidioso, mi fa salire comunque una nausea potente per la gola, e devo deglutire con attenzione per non far partire i crampi allo stomaco.
Un passo, e giù le mani, fruga, destra,sinistra, e poi rialzati.
Un altro passo e avanti così.
Sembriamo due mondine che sistemano una risaia.
Peccato che non siamo così belli e tettoni, penso, sogghignando tra me.
Ma il sorriso mi si gela in bocca. Davanti a me, proprio davanti ai piedi, ho un ostacolo. Cazzo.
Stavo per pestarci sopra.
Chiamo Raul, poco davanti a me, che si alza, come a rallentatore. Ci fissiamo, e una nuvola copre la grossa e malata luna, scurendo tutto.
Come una scossa lo stesso pensiero passa da uno all’altro.
“se questo bestione è ancora sveglio, e lo prendiamo in modo che non scappi, in un secondo si avvolge sul braccio di uno dei due, e addio mano.”
Ci avviciniamo, cauti come ballerini sincronizzati, e ci chiniamo sulla lunga biscia.
Raul prende il machete e la tocca, una, due, tre..
“Inutile che insisti, non vedi che è andata?” gli dico sollevato, e lui mi fissa senza capire. Sospiro, e traduco tutto in spagnolo, mentre con una mano prendo dallo zaino il largo telo di iuta, e i due bastoni ripiegati.
Era un esemplare medio piccolo di Eunectes Murinus, di circa 3 metri di lunghezza. Iniziamo a infilarlo nel sacco, con difficoltà e tenacia, i vestiti ormai zuppi e tanta voglia di tornare alle nostre capanne, all’asciutto.
Va bene tutto, ma ste cazzo di catture potrebbero benissimo lasciarle fare a gente del posto, e noi laureati lasciarci col culo al caldo sulle sedie, penso borbottando tra me qualche bestemmia, mentre il sudore scorre umido sotto la giacca di tela cerata.
Finalmente il serpentone si lascia piegare un po’e riusciamo a farlo scivolare per buona metà nel sacco. Uno tira e l’altro infila, come se fosse un grosso e scivoloso tubo.
Finchè ecco, la testa, grossa più o meno come metà pallone da calcio, ciondolante e con gli occhi ancora aperti. Uno spettacolo talmente strano e affascinante che per un secondo mi fermo a guardarla.
Così, con questa luce, somiglia quasi a un viso alieno, di quelli che si vedono in tv. Eppure no, è totalmente diverso.
Mi chino, e con dolcezza passo la mano sotto la testa triangolare, e la sollevo verso di me.
La fisso con un brivido forte alle gambe, poi apro meglio il sacco, e la infilo dentro, facendo attenzione a far prendere al collo un’angolazione il più dolce possibile.
“bene, andiamo” chiudo il sacco, e passo il mio bastone tra le asole, per sollevarlo.
Finito la mia giornata di lavoro, per oggi.
Anaconda
Ragazza bionda
Sponda
Cappotto bruciato
“è inutile che insisti”
Machete
Pallone
Ginocchio
Proiettore
Anna
Maglione Fucsia
Film di guerra
Nastro d’asfalto
Notte cupa
Violentata
Io ci ho provato,ditemi che ne pensate e, soprattutto, vediamo cosa riuscite a fare voi!
Questa notte, è una notte cupa.
Una di quelle notti in cui nei paesi civilizzati, america, europa, Italia, le ragazze bionde, ingenue, dai seni nascosti sotto morbidi maglioni fucsia vengono violentate da quelli che credono i loro migliori amici, i loro innocui vicini di casa.
Si rovinano, semplicemente e in modo straordinariamente banale. Come quando camminando per la strada nei loro vestitini di chanel, lasciano cadere le loro sigarette light, che rimbalzano sulle maniche lasciando l’odore di cappotto bruciato. Quello che resta di loro è come quel pallino nero, quei 1000euro rovinati e il “cazzo” sussurrato tra le labbra lucide di gloss.
E’ una di quelle notti in cui le stelle non esistono, solo una luna piena e malata dietro alle nuvole, come un proiettore sporco e polveroso che spande sulle strade e sulle città la sua luce fumosa, trasformando ogni nastro d’asfalto in altrettanti piccoli squallidi teatrini.
Appropriato per un film dell’orrore, no?
Lascio andare i pensieri seduto su quel ramo d’albero coperto di muschi e mucillaggini.
Il caldo del giorno filtra ancora tra le fronde, come aliti di bocche marcescenti, come se l’acqua del fiume alle cui sponde mi sono appostato, avesse ingurgitato tra i suoi gorghi i peggiori miasmi, e ora li vomitasse fuori.
Dondolo le gambe insaccate negli stivaloni da pescatore, vedendo nella mia immaginazione il mio ginocchio destro trasformarsi in un osso, e dondolare e beccheggiare nel pentolone di Rosalia come quando, ogni due settimane, uccide uno dei pochi polli che alleva, e ne fa brodo.
Si, quell’aria era calda e rancida proprio come brodo stantio.
Vediamo di non fare noi la fine del pollo però, borbotto tra me.
L’uscita notturna di quella sera non sarebbe durata più di alcune ore: cercare un esemplare, sedarlo, catturarlo e portarlo in clinica.
Appoggio la schiena al tronco d’albero, e afferro il piccolo machete fissato alla cintura, che dondolava pigro nel suo fodero oltre il bordo del ramo.
Solo 3 mesi prima probabilmente a quell’ora ero nel letto con Anna, a guardare un film di guerra del cazzo di cui non seguivamo neanche mezza parola, troppo occupati a fare sesso e a studiarci da una sponda all’altra del letto, come se fossimo stati due estranei.
Stavamo assieme da 4 anni, ma non ci conoscevamo più. Ho fatto bene a mollare tutto, compresa lei, e venire qui.
Un head hunter mi aveva mandato una mail, offrendomi quel lavoro di ricercatore in sudamerica, e ho mollato tutto, amici, lavoro alla glaxo, e lei. Dio, urlava come un’aquila quando gliel’ho detto.
E adesso sono qui, a metà tra il tizio di missione natura e un pescatore della laguna veneta, a cercare anaconde.
Cazzo.
Scuoto la testa, e in modo un po’ goffo mi lascio scivolare lungo il tronco, per tornare a terra.
Sembra assurdo, si, ma qualcuno questo lavoro deve pur farlo, no?
Ho una buona conoscenza sia di spagnolo che di portoghese, laurea in veterinaria e specializzazione in animali esotici, l’hobby dell’arrampicata e di trekking…
Ma non riesco a nascondere una sonora sghignazzata al pensiero di potermi presentare al prossimo convegno del mio ordine regionale, a uno dei miei colleghi vecchi e ciccioni e, nei discorsi saltar fuori con un “sai, settimana scorsa sul Panama…”
Ahahaha. Da vero spandimerda.
E ora proprio da deficiente che sghignazza da solo mi trovo a passeggiare sulle sponde di un fiume del sudamerica di cui mi sfugge il nome, con la melma che mi risucchia gli stivali con un suono disgustoso, e a cercare anaconde.
Devo ricordarmi di scrivere una cartolina alla mamma, sempre se ne trovo in questo posto.
“oy Roverto!”
Raul mi richiama all’ordine, distogliendomi dalle mie seghe mentali con quel suo italiano stentato, a metà tra una presa in giro e un omaggio al mio essere straniero. Abbiamo un lavoro da fare, e prima lo facciamo, prima ci togliano ste cazzo di sanguisughe. Dio che schifo, appena messo un piede in acqua, ed eccole che già risalgono la parte esterna degli stivaloni. Ne schiaccio alcune col piatto del machete, ma so che è inutile. Fuori le braccia dall’acqua, niente pelle scoperta, e via la paura.
La torcia di Raul, davanti a me, si è già fermata. Possibile che ne abbia già trovata una tra queste paglie?
Si ferma, si volta verso di me, e sibila un nervoso “aquì”.
Reprimo la mia voglia di correre, o la farei fuggire, e raggiungo il mio compagno con passi lunghi e cauti, tra acqua e erbe marcescenti.
Qualche giorno dopo il mio arrivo, quando per la prima volta mi mandarono a catturare esemplari, un mio collega italiano mi disse
“le anaconde sono un po’ come grasse vacche con problemi comportamentali. Stanno lì, lente e inoffensive, potresti quasi calpestarle da tanto sono immobili, poi d’un tratto.. swosh! Prendono e scappan via come siluri. E ricordati di non fartene arrotolare mai una attorno a una gamba. O sei fottuto.”
Prendo il fucile con i proiettili di calmante, già carico e appeso alla schiena, e tolgo la sicura con una mossa energica del braccio. È grosso e pesante, e la superficie lucida del metallo barbaglia alla pigra luce lunare.
Non ci sono scuse di poca luce, posizione disagevole o altro. Non posso sbagliare. Un colpo ben assestato e poi alcuni passi indietro, in attesa che la bestia si addormenti.
Raul si sposta, e vedo anche io la superficie liscia e immobile del dorso del serpente. Così serica e elegante tra il fango, che ha un che di suadente. Ma basta, prendo la mira, tolgo la sicura, premo e
PPPF!
Con un forte rumore di stantuffo, il dardo penetra nella carne morbida, che subito scatta in avanti e in basso, rimmergendosi nel fango per nascondersi.
Cazzo. Di nuovo una caccia al tesoro, e giù con le mani in quello schifo.
Aspettiamo ancora 5 minuti, Raul con la mano guantata sul cronografo, per essere sicuri che l’anestesia abbia fatto effetto, poi, cauti, iniziamo a cercare tutto attorno.
Non dovrebbe essere troppo lontano, il fatto è che così, senza movimento è facile passarci sopra senza accorgersene, se non si affondano bene le mani tra le foglie umide e sotto l’acqua stagnante.
Abbiam fatto abbastanza casino per aver allontanato tutti i pericoli attorno a noi, ma mettere le mani, anche se coperte dai grossi e pesanti guanti in gomma e fil di ferro in quel fango insidioso, mi fa salire comunque una nausea potente per la gola, e devo deglutire con attenzione per non far partire i crampi allo stomaco.
Un passo, e giù le mani, fruga, destra,sinistra, e poi rialzati.
Un altro passo e avanti così.
Sembriamo due mondine che sistemano una risaia.
Peccato che non siamo così belli e tettoni, penso, sogghignando tra me.
Ma il sorriso mi si gela in bocca. Davanti a me, proprio davanti ai piedi, ho un ostacolo. Cazzo.
Stavo per pestarci sopra.
Chiamo Raul, poco davanti a me, che si alza, come a rallentatore. Ci fissiamo, e una nuvola copre la grossa e malata luna, scurendo tutto.
Come una scossa lo stesso pensiero passa da uno all’altro.
“se questo bestione è ancora sveglio, e lo prendiamo in modo che non scappi, in un secondo si avvolge sul braccio di uno dei due, e addio mano.”
Ci avviciniamo, cauti come ballerini sincronizzati, e ci chiniamo sulla lunga biscia.
Raul prende il machete e la tocca, una, due, tre..
“Inutile che insisti, non vedi che è andata?” gli dico sollevato, e lui mi fissa senza capire. Sospiro, e traduco tutto in spagnolo, mentre con una mano prendo dallo zaino il largo telo di iuta, e i due bastoni ripiegati.
Era un esemplare medio piccolo di Eunectes Murinus, di circa 3 metri di lunghezza. Iniziamo a infilarlo nel sacco, con difficoltà e tenacia, i vestiti ormai zuppi e tanta voglia di tornare alle nostre capanne, all’asciutto.
Va bene tutto, ma ste cazzo di catture potrebbero benissimo lasciarle fare a gente del posto, e noi laureati lasciarci col culo al caldo sulle sedie, penso borbottando tra me qualche bestemmia, mentre il sudore scorre umido sotto la giacca di tela cerata.
Finalmente il serpentone si lascia piegare un po’e riusciamo a farlo scivolare per buona metà nel sacco. Uno tira e l’altro infila, come se fosse un grosso e scivoloso tubo.
Finchè ecco, la testa, grossa più o meno come metà pallone da calcio, ciondolante e con gli occhi ancora aperti. Uno spettacolo talmente strano e affascinante che per un secondo mi fermo a guardarla.
Così, con questa luce, somiglia quasi a un viso alieno, di quelli che si vedono in tv. Eppure no, è totalmente diverso.
Mi chino, e con dolcezza passo la mano sotto la testa triangolare, e la sollevo verso di me.
La fisso con un brivido forte alle gambe, poi apro meglio il sacco, e la infilo dentro, facendo attenzione a far prendere al collo un’angolazione il più dolce possibile.
“bene, andiamo” chiudo il sacco, e passo il mio bastone tra le asole, per sollevarlo.
Finito la mia giornata di lavoro, per oggi.
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