mercoledì 17 febbraio 2010

testo esamino

ecco qui il racconto dell'esame di racconto breve.
sono ancora in aula, e non l'ho ancora consegnato, quindi consideratevi i primi lettori di questa porcheria.
Divertitevi.
ah... il prof ha dato 4 tracce, io ho scelto la due, che poi sarebbe la prima riga. Il resto è tutto farina marcia del mio sacco. :)

Attacco 2:

Quando avevo cinque anni mi sono ucciso.


Era un giorno di sole, di quei giorni in cui la primavera libera i primi profumi di terra e radici. Di vita.
Fu in uno di quei giorni in cui ho deciso di cancellare me stesso.
Ero un bambino di 5 anni, più basso della media e grasso, molto grasso.
Talmente grasso che gli altri bambini all’asilo mi spingevano per farmi rotolare a terra come se fossi stato una palla. Una palla sudata di grasso e lacrimoni.
Ma quello potevo ancora sopportarlo, non fu quello che mi spinse a uccidermi.
Fu lo sguardo sorridente della piccola, dolce Anita. Dai capelli rossi e dalle lentiggini su tutto il viso. E si, fu quella risata di scherno.
Dio se rideva quella piccola puttanella. Rideva come se fossi stato il più bel clown del circo, come se il fango in cui sono scivolato, che ho bevuto, fosse la più buona cioccolata del mondo.
Ma sapeva solo di terra e di cacca, e di sale.
Da quel giorno decisi che io non ero più io.
Quando avevo 5 anni ho deciso semplicemente che non sarei più esistito.

Mi ha sempre attratto la favola del brutto anatroccolo.
Un botolo nero che si trasforma in angelo bianco, quasi in una notte.
Così iniziai anche io.
Non che mi buttai da un albero, che mangiai il gel per pulire i cessi… la mia dissoluzione fu più lunga.

Mia mamma mi chiamava Gigetto, e io volevo far morire quel Gigetto di fame.
E smisi di mangiare.
Lo feci di nascosto e ingurgitavo con la solita smania i piattoni di pasta alla carbonara, per poi chinarmi sul cesso candido a vomitare tutto.
L’avevo visto fare in un telefilm, e in effetti funzionava. E in quelle ondate gialle e ancora saporose, sentivo anche il calore di quel Gigetto rubicondo che scivolava nell’acqua.
Per il dolore e l’abbandono e la rabbia, piangevo.

Ben presto mia mamma, sempre presa tra orto, cucina sempre in funzione, fratellino piccolo e urlante, ben presto se ne accorse.

Si accorse che la mia pelle sempre rossa ora era quasi trasparente, i miei occhietti vividi che navigavano nel grasso ora si perdevano nelle occhiaie, e i miei capelli cadevano, come quelli di un vecchio.

Ed ecco il rito medico-pediatra-medico-prontosoccorso-pediatra-ricovero, che io ricordo solo vagamente, ma che mi insegnò a fingere.
Mi gonfiarono con le flebo e mi ingozzarono di budino, come se volessero uccidermi loro prima di lasciarlo fare a me stesso, e così imparai.
Imparai che dovevo imparare a fingere. Dovevo farlo, per la mia missione suicida.
Per uccidere Gigetto non bastava smettere di mangiare, dovevo soffocarlo poco a poco.
Volevo, dovevo sentire i suoi singhiozzi così simili a urla di suino sussurrarmi nel cuore, ma mantenere un sorriso placido, allegro. Dovevo essere un bravo bambino felice.


E così agli occhi degli altri, Gigetto è cresciuto, e si è fatto ometto, ma sbagliavano.
Gigetto non esisteva più, era chiuso da qualche parte, imbavagliato dalla fame e dallo scherno e ridotto a un fragile scheletro all’interno del suo peggior nemico, che intanto si rafforzava e si seccava come quel nastro di cuoio che si usa per ripulire i vecchi rasoi.

Al suo posto ci sono io, Luigi.
Il mio sguardo già a 10 anni era cambiato, e i compagni da un bel pezzo avevano smesso di ridere di me. Avevano smesso pure di avvicinarsi.
Anche mia madre aveva smesso di preoccuparsi di riempirmi il piatto per la seconda volta.
Mi guardava con quel misto di paura che si riserva solo ai cani da guardia, con il braccio leggermente alzato come per coprirsi il viso da un possibile attacco.
Poi faceva un sorriso e passava a mio fratello, il suo cuore di mamma che aveva sviluppato il curioso vizio di inglobare il cibo di tutti e due, trasformandosi in un’ameba.
Mi faceva schifo mio fratello.

A 13 anni finalmente ero completo.
La mia figura non era mai stata così magra, le costole scorrevano placide sotto la pelle morbida, come ossa di serpente. In vita solo pelle, e quel poco di muscoli alimentati dal cibo che mi costringevo ormai ad assumere come una medicina.

Questo costante comportarsi da carceriere mi portò a sviluppare un autocontrollo assoluto, a calibrare ogni tipo di manifestazione fisica e a farlo in ogni piccolo dettaglio:
i sorrisi, le smorfie, la voce, iniziai a usarle come secondo un copione, reinventando una figura nuova e diversa da me.


Ma quando il mio corpo iniziò a non rispondermi... iniziarono i problemi.
Come se i pensieri non mi appartenessero più, come se il mio fisico ormai così perfetto e disciplinato avesse deciso di regredire allo stato animale.
La voce si ruppe in mille pezzi, e il mio ventre così liscio si riempì pian piano di orridi peli.
La testa non si concentrava più come prima, e la fame, la fame cambiò.
Non era più il continuo sordo brontolio, divenne un ruggito, e si espanse in ogni fibra del mio essere, trasformandomi in belva rabbiosa.

Finchè non incontrai di nuovo, cresciuta, quella bimba di 8 anni prima.
Una donna in miniatura ora, Anita, con i capelli ancora rossi che scendevano morbidi su quelle strane, nuove curve di grasso.
Avevamo fatto scuole diverse fino a quel tempo, e ora la ritrovai in classe con me, che mi guardava con lo stesso, identico sorriso largo e gioioso che 8 anni prima mi aveva ucciso.
La avvicinai, e attaccai bottone, solo per sentirla parlare.
La sua voce un po’ stridula mi vagheggiva attorno come avrebbe fatto un nugolo di tarme liberate da un vecchio armadio.
E la mia fame cresceva, ululandomi poco sotto lo stomaco.
Non so cosa vi trovò lei in me, ma a quanto pare il mio modo di fare distante dal mondo la attrasse, e la attrasse in modo così morboso e violento che, come fossi stata una fiamma, non faceva che ronzarmi attorno.
Non mi curavo delle prese in giro dei compagni, neppure dei suoi piccoli regalini, quello che mi importava realmente, quello che mi ossessionava, era la mia nuova fame.
Era una fame diversa da quella di cibo, che si condensava su di lei, sulla mia voglia di morderla e di.. non so neppure io bene di cosa.
Lo capii solo quel giorno.

Era un altro giorno di primavera, come quel giorno a 5 anni.
Di quei giorni in cui l’aria è come un infuso di terra e neve sciolta, frizzante e dolce come un sorso di vino.
In cui il parco del paese inizia a vestirsi di verde tenero e le coppiette di ragazzini si nascondono dietro gli alberi a prendere il sole e a scambiarsi i segreti.
Anche io e Anita eravamo li, sdraiati, e lei mi fissava puntandomi i suoi occhi marroni screziati di primavera, grandi come monete.
Mi fissava, a due centimetri dal viso, e non capivo io, girato a pancia in su, cosa volesse fare.
Ma si avvicinava, in modo lento e costante, finchè il suo fiato che sapeva di gomma alla fragola, non mi sfiorò direttamente le labbra.
E la pancia ululò più forte.
I suoi occhi come grossi bottoni di corno si chiusero, una, due volte, prima di avvicinarsi ancora.
Prima di riempirmi la bocca di fragola.
Le sue labbra morbide contro le mie si aprirono, e la sua lingua usci come una lumachina coraggiosa ad esplorare le mia bocca. Era viscida, ma calda e curiosa, e la fame era tanta.
Era fame di lei.
E Gigetto chiedeva la sua parte.
Allora, lottando con la voglia di chiudere semplicemente i denti l’uno contro l’altro, e come una ghigliottina tranciare di netto quella lumaca viscida e impertinente.
Mi divincolai, e rovesciai la ragazzina che intanto si era arrampicata su di me.
“SCHIFOSA OH CHE CAZZO FAI?”
Mi alzai, fissando il suo sguardo pallido ora pieno di chiazze rosse di vergogna, e i capelli rossi sporchi di terra e di vergogna per essere stata gettata come una bambola.
“brutta porca! Che schifo! Mi fai schifo! Ma non vedi quanto sei brutta? Io stavo con te solo per pena! Sei brutta, stupida e grassa e mi fai vomitare!”
Non so da dove mi uscirono quelle parole, so solo che gliele ho urlate contro.
E lei si è accartocciata a terra come una foglia morta, e gli occhioni da bambola si sono imperlati di lacrimoni e un graffio sulla mano iniziava a gocciolare, vermiglio.
Mocciosa.

L’ho fissata, ancora un po’, l’ho guardata perdere tutta la sua dignità davanti ai miei occhi, e poi me ne sono andato, ridendo.

Alla prima gelateria mi sono fermato, e mi sono preso un grosso cono gelato.
Fragola, meringata e panna, e vi ho affondato la bocca, fin quasi a soffocarmi.

martedì 9 febbraio 2010

riflessioni su città e sentimenti.

eccomi qui, invece che scrivere il solito raccontino del mercoledì, a lasciar libera la testa.
Ultimamente, lo ammetto, non sto battendo chiodo. O meglio, mi sembra di andare a rallentatore rispetto a tutte le scadenze che ho, a muovermi come nel fango facendo i minimi movimenti necessari per stare a galla, invece che nuotare via.
e mi fermo a pensare.
a come le città a volte siano quasi umane. A come il giudizio di luoghi o edifici cambi a seconda del tempo e dei nuovi incontri, ma che questo giudizio sfugga sempre fuori dal nostro controllo.
Ad esempio, negli ultimi mesi ho imparato ad amare Padova.
Questa cittadina un po' sulle sue, che non da confidenza e che al primo impatto è saccente e produttiva, grigia, se gli lasci un po' di tempo si apre come un tulipano.
Mai del tutto, intendiamoci, non è tipa da darla via.
Eppure diventa più tranquilla, amichevole, elegante, dolce nel suo centro dotto e giocoso.
Ma fuori rimane ancora circondata di condomini e capannoni severi.
Ma mi piace, forse perchè anche io sono un po' così a volte.
Milano è di tutt'altra pasta invece.
Milano proprio non la capisco.
Non si da delle arie da ragazzina, lei, sembra più una bella modella appena uscita da un cast.
Ancora il trucco che le chiude i pori e le colora gli zigomi senza macchia, ma l'ombretto grattato e colato, come lo smog sui muri.
e i capelli piastrati già pieni di nodi, perchè per legarli non c'è tempo, e perchè far vedere di essere smart e sporty fa terribilmente cool.
E io semplicemente non le sto dietro, neppure con le mie scarpette da ginnastica.
Non riesco a star dietro alle sue lunghe falcate delle gambe fredde e perfette.
Corre troppo per il mio passo da camminatrice.
Mi piacerebbe capirla milano, ma lei non si cura di capire me.
e ogni volta che scendo nella stazione scombinata e violenta della piccola Verona.. mi piange il cuore.

martedì 2 febbraio 2010

strani incontri

ieri pomeriggio stavo tornando come al solito a Milano.
Ero nel solito regionale da verona delle 4 e 40, con il caldo umido dell'aria viziata, il casino dei posti tutti occupati e la sera che lenta calava fuori dai finestrini.
Come al solito la mia voglia di tornare era sotto le scarpe, ancora piena della luce e dei colori delle mie montagne, così mi ero sprofondata nel mio telefilm preferito, cacciandomi le auricolari ben bene nelle orecchie.
Non volevo scocciatori quel viaggio, e quella signora dai capelli grigi seduta davanti a me che sorrideva minacciava seriamente di esserlo.
Ci sono volte in cui è bello parlare con perfetti sconosciuti, e condividere quei pochi momenti assieme, ma quello non era uno di quei momenti.
La signora tenta qualche umile approccio,che ore sono, quando arriva a varese, lei dove va.. e le rispondo, cortese ma ferma, con un sorriso disponibile da "mi fa piacere darle informazioni ma poi non rompa più, grazie".
e lei abbocca, tanto che inizia a parlare fitto fitto con il vicino di posto.
Così continua, mentre i chilometri scorrono, la luce si spegne e i telefilm finiscono.. e lei parla parla e parla. E mi incuriosisce.
Così chiudo tutto e osservo un po' impietosita il ragazzo suo interlocutore.. e li capisco che è straniero e non capisce praticamente una cippa. Rido dentro di me.
Lei è troppo, troppo contenta di parlare, e si confida contenta come una bambina, e parla di dio e di bene, e di figlio e di futuro...
L'etichetto subito, implacabile come predicatrice di qualche setta.
Sono gelida, lo so, ma ormai ne ho viste tante.
Le inizia a parlare con me.
Vuole regalarmi una medaglietta di madonna, e insiste tanto con quell'oggetto minuscolo che acetto.
che sarà mai.
Tendo il braccio e lei mi appoggia il chicco di metallo nella mano, poi fulminea ci ripensa, e mi fa scivolare sul polso un braccialetto.
Mi scosto, infastidita, ecco il trucco, penso mentre sfilo il braccialetto e lei
"no no tienilo non lo voglio indietro, e tuo e a me non serve. Serve a te"
"come serve? no no signora non posso, veramente. glielo appoggio qui."
Sono ferma, non lo voglio e mi pesa quasi fastidioso tra le dita. Ma lei mi guarda, mi fissa con quegli occhi chiari, e convinta continua
"tienilo, non ti serve ora, ma quando ti servirà, capirai. cosa sono quelle?"
e li la destra dove tenevo il braccialetto perde convinzione, e la avvicino a me, scorrendo tra le dita le sfere bianche, sempre più dubbiosa e... spaventata.
"perle. perchè? e a cosa dovrebbero servirmi delle perle? non mi servono.."
"e cosa sono le perle? da dove vengono? sono malattie, difficoltà dell'ostrica, che per combatterle le fa sue e le fa preziose.. e poi?"
"poi cosa?"
poi non la seguo già più.. attratta e rassicurata dal suo fare trasparente, ma ho ancora paura. Paura di qualcosa che non capisco.
"poi arriva il pescatore, che sei tu... che devi trattenere il respiro e buttarti, e prendere la tua ostrica e aprirla"
Mi parla tranquilla come una bambina, e poi scuote la testa
"ma basta che ti ho detto anche troppo e poi ti suggestioni. solo tu contale e poi vedrai che ti serviranno."
lo dice tranquilla, senza arie strane o mistiche, senza volermi spaventare.
Come se parlasse di come usare un ingrediente esotico o di leggere un libro che anche lei non ha ben capito.
Io le chiedo, ancora, cosa vuole da me, perchè, cosa dovrei imparare da questo...
per capire dove vuole andare.
Ho conosciuto troppi maestri di religione per non capire cosa vogliono e dove vanno, e volevo riuscire a capire quella signora, che continuava a sgusciarmi via.
Pazza o santona?
ma lei mi guarda e scuote la testa
"io? io semino. semplicemente. Dio mi ha dato un dono, ed è quello di seminare. Non posso insegnare o consigliare nulla, io, sono una vecchia e un po' matta, ma chiedo e mi interrogo, e so che dovevo darti il braccialetto. tutto qui. è strano, lo so, ma prendimi come una vecchia pazza e abbi fiducia in te, che poi se veramente ho seminato qualcosa, germoglierà. Hai davanti un cammino lungo e pieno di ostacoli, ma è come un parco giochi e tu devi tornare bambina, e giocare con Lui. che non da mai ostacoli che non puoi superare.
La prima delle perle l'hai già capita, in queste questioni non ci sono maestri,il maestro è solo uno.
Che ti guiderà e ti insegnerà se avrai buon senso per imparare"
Non sapevo se voler parlare ancora o se scappare via. So quanto posso essere suggestionabile, ma non mi era mai successa una cosa del genere. Stringevo quelle perle cercando di rimanere impassibile, ma non ci sono riuscita. impossibile.
Finalmente milano, con il cuore e la testa in subbuglio da qualcosa che era ben oltre le parole.
saluto e ringrazio, cortese e pacata al mio solito, e scendo dal treno.
E sollevo gli occhi.
La stazione è diversa, la stazione è senza colori..
Hanno tolto l'immenso cartellone della campari che credevo ormai parte del paesaggio.

lunedì 1 febbraio 2010

Padova

Mi sveglio, colpita da un brumoso raggio di sole che entra dalla finestra di fronte.
Chiccavolo…
Nel mio letto non ho finestre di fronte, e l’aria è gelida, e odora di posto sconosciuto.
Dove cavolo mi sono svegliata?
Ci metto un po’ ad aprire gli occhi e vedere quel pezzo di mondo non mio, a sentire il braccio di Michele sotto il mio collo, caldo e accogliente come una stufetta a cui aggrapparsi per ripararsi da quel freddo.
Mi avvoltolo in vano nelle coperte, inveendo contro inverno, Padova e termosifoni non accesi.
E un po’ contro la sua faccia placida e serena che dorme tranquillo incurante del freddo, mentre mi raggomitolo e mi faccio piccina contro il suo fianco, sentendomi una zecca.
Accidenti a lui e al suo essere termoresistente, cacchio ha, una borsa dell’acqua calda incorporata?
Stringo gli occhi e ripiombo piano nel sonno col naso appiattito contro il suo fianco, come in una vaga incoscienza che continua nonostante lo senta risvegliarsi, slegarsi dall’abbraccio e alzarsi piano, vinto tra il dovere di andare a lezione e la voglia di rimanere ancora un po’ li con me.
Un bacio, poi io rotolo piano al suo posto come una bambola di pezza, cercando di riempire il vuoto e assorbendo ancora un po’ di calore, smangiando un buongiorno e un a dopo più simili a un grugnito che a un saluto.
Niente da fare. Senza di lui il letto si raffredda ancora di più e decido dopo un po’ di avvoltolarmi ancor più stretta nel mio bozzolo di piume e stoffa, e di avventurarmi per casa in cerca di cibo e caffè caldo.
Che poi mi brontola pure a pancia.
Mi sento un po’ un animaletto selvatico, col rumore gommoso e concitato dei miei piedi nudi che come zampe saltellano sul pavimento di sasso gelido fino alla cucina, e li si fermano.
Mi stringo ancora di più alle coperte mentre un brivido mi fa tremare, e mi guardo attorno.
La luce lattiginosa di nebbia entra dalle finestre di cucina, mi ferisce gli occhi gonfi e illumina il tavolo affollato di un po’ di tutto. Nutella, biscotti, latte, bottiglie di succo di mela e chissà cosa.
Non mi importa, il mio stomaco urla solo fame fame fame e freddo freddo freddo.
Quindi via di caffè caldo fatto da poco e, un panino enorme con una abbondante leccata di nutella in mezzo.
Sghignazzo grata dell’assenza dei compagni di appartamento: dovrei apparire come una selvaggia che non ha mai visto nutella e coperte in vita sua.
Eppure è come se fosse così, penso mentre mi lascio invadere dal sapore di caffè e cioccolato, raccolgo le gambe nude ancor più dentro al piumone e sospiro.
Il silenzio, il silenzio mi avvolge, ed è come se con la pancia piena vedessi più chiaro.
La bottiglia di succo di fronte a me ha un che di opalescente, e mi sorprendo a guardarla come se fosse la prima volta. A stringere tra i denti gli ultimi bocconi, e a godermi il sapore dolce del panino al latte, e il morbido e cremoso del ripieno.
C’è qualcosa di nuovo e incredibile oggi, una pace che non credevo possibile.
Dopo la fretta della città, dei treni da prendere, le lezioni da frequentare, i compiti da fare, eccomi qui, catapultata in questa cucina a dondolare i piedi nudi ciondoloni dalla sedia, e un calore, strano, quasi non vero, che si spande da poco sopra l’ombelico.
Non trovo le parole per descrivere questa cosa che mi fa quasi girare la testa, e mi ritrovo a sorridere.
Stringo più forte la coperta attorno alle spalle, mentre qualcosa, un’idea inizia a ronzarmi e a pungermi in testa.
Ma si. Mi alzo, e corro in punta di piedi rischiando di scivolare per il corridoio a prendere la pensante macchina di mio papà che ieri avevo appoggiato alla scrivania.
Poi torno e poggiando i gomiti sul tavolo la apro e inizio a girare leve e levette.
Come faccio a spiegare? Come faccio se non trovo le parole a descrivere quello che provo?
Forse se prendo, e catturo quella luce e un po’ di quei colori, forse in quel giallo torbido riesco a legarci anche questo calore che provo.
Giro, sistemo e muovo gli oggetti davanti a me, senza alcun senso apparente se non quello del mio genuino istinto da fotografa impedita.
E da assonnata innamorata, mi correggo.
Poi, quando tutto è sufficientemente in disordine, porto la macchina agli occhi, e li chiudo.
Tanto non è importante, penso sorridendo.
Mi sento stupida, ma dal cuore leggero, e scatto.

martedì 26 gennaio 2010

racconto da incipit

le prime righe sono di un mio compagno di corso, datemi per compito. Il resto è tutta farina del mio pazzo sacco. Buon divertimento.

Le fiamme strazieranno il suo corpo fino alla morte, lentamente, come merita.
Ormai l’ora si stava avvicinando, il presidente sarebbe andato a rogo alle 7 di questa sera.

Stava seduto li, Kabir, nell’oro pallido del tramonto che filtrava dalla finestra ampia davanti a lui.
Stava li, accarezzando quelle parole tra lingua e palato, come fossero un corposo vino rosso.
Al rogo..
E sarebbe stato lui, in diretta mondiale, ad avere il privilegio assoluto, a centrare il presidente e incendiarlo…
Un brivido gli fece raddrizzare la schiena, mentre il sudore colava sotto la canottiera slabbrata e ingiallita.
Le mani gli tremavano, e un ronzio basso gli sconvolgeva lo stomaco.
Ma non si sarebbe mai permesso il lusso di dirsi spaventato. No, i guerrieri come lui, i guerrieri della libertà non possono aver paura.
Ma aveva già vomitato due volte in poche ore.
Si alzò dalla poltrona sfondata in cui si era sdraiato, ben di fronte alla finestra da cui si poteva vedere l’immenso palco ancora in costruzione, e si diresse verso la porta del bagno dalle mattonelle sbrecciate.
Non era altro che un appartamento abbandonato quello ormai. Poche erano le tracce di vita recente:
L’acqua scorreva dai tubi come sangue annacquato da tanto che era melmosa e ferruginosa, e ogni ripiano era ricoperto della polvere unta e rossa del deserto, portata li attraverso i serramenti pencolanti e mezzi distrutti, attraverso cui il vento caldo e umido filtrava gemendo.
Aprì il getto d’acqua della doccia e si tolse lentamente i vestiti puzzolenti, che gli si attaccavano alla pelle nuda come cerotti fastidiosi.
Doveva rendersi un rispettabile cittadino, un rispettabile e ordinario contribuente.
Rimase tanto sotto il getto opalescente, grattando il suo corpo magro e pallido per la vita ritirata fino a rendere la pelle rossa e bruciante sotto il getto fattosi gelido, finchè anche il buio della sera non riusci a confondere tutto.
Sua madre gli diceva sempre “pulito fuori, pulito dentro”.
Era ora, presto, si disse mentre ancora fradicio percorreva il corridoio della casa deserta, alla ricerca dei vestiti coscienziosamente appoggiati alla spalliera del letto dai suoi capi.
Da quelli che avevano deciso tutto e che avevano deciso lui.
Si, avevano deciso lui e avevano deciso i risvolti della sua vita, ne erano diventati capaci e assoluti padroni.
Eterna gloria e successo ai sui capi, e a Colui che per i capi tutto decise.
Mormorò chiudendosi il penultimo bottone della camicia. Era pronto.
Davanti a lui la pesante specchiera anni 60 rotta e abbandonata sghemba in un angolo gli ritornava l’immagine di un moccioso, di a mala pena 30 anni, dallo sguardo perso e le occhiaie sotto gli occhi.
Era ora di andare, disse al se stesso riflesso, e si chinò per prendere la borsa, il cui peso e smorzato tintinnio gli diedero forza.
Con la mente in standby scese in piazza, superò senza problemi le svagate guardie di sicurezza appostate lungo il perimetro dell’incontro e si lasciò ingurgitare dalla folla che già si era raccolta.
Era un meeting di scarsa importanza quello, uno di quei comizi che l’organizzazione imbastisce più che altro per farsi vedere, farsi ricordare. Un po’ quegli eventi o si o si, in cui non vi è un ordine del giorno preciso.
C’erano pacche sulle spalle e chiacchiere attorno a lui con lo sguardo basso sul selciato tirato a lustro per l’occasione, lui che doveva sembrare uno di quegli studentelli attivisti un po’ fuoriposto tra quella manica di vecchi tromboni, che come lui stavano ciondolando per la piazza ascoltando svagati la musica sparata dai megafoni gracchianti.
Solo che gli altri studentelli non avevano come lui un’ingorgo di fili e pacchetti e scotch sotto la camicia larga.
L’aria calda si spostava ora in ventate dispettose, alte sopra la testa che prendevano in giro senza lasciar respirare, aiutate anche dal calore sempre più muschioso e arrogante dei corpi che pian pianino si accalcavano.
Si fece largo Kabir per arrivare il prima possibile ben sotto al palco, dove il presidente avrebbe parlato. L’attesa ora correva su e giù sotto la pelle come un insetto infestante, come la scabbia che mangia e gratta e formicola.
Quando finalmente non ce la faceva più e le ginocchia iniziavano a tremargli come se fossero state di gomma, ecco, il rintoccare cupo del campanile dall’altro lato della piazza del paese.
Ecco le sette.
Ed ecco il presidente salire sul palchetto.
E lui era lì, pronto, circondato di telecamere e armato anche lui del suo apparato speciale
Telecamera wifi da 6000 pixel, visione notturna, che gli spuntava come un bottone dalla camicia. La attivò, e un fischio gli invase l’orecchio destro, dove la piccola auricolare sembrava un innocuo tappino rosa.
Si sentiva un agente segreto.
“cetriolo incazzato, cetriolo incazzato, qui mamma cicoria. Passa una mano sull’inquadratura se sei pronto alla grande missione”.
E lui lo fece, passandosi il palmo della destra sul collo, mentre con la sinistra frugava alla ricerca della tanichetta di benzina nella tracolla che portava con se.
Stai calmo Kabir.. stai calmo, si sussurrava, mentre il cuore gli sembrava sfarfallasse in gola, mentre con la destra ora era sceso nella tasca a prendere l’accendigas.
Uno spruzzo, uno solo ma ricco e abbondante, diretto in piena faccia, e poi zac.
Uno spruzzo solo aveva a disposizione, doveva essere agile come la morte incidentale e preciso come un giocoliere, e avrebbe fatto il suo lavoro appena lui si sarebbe chinato per dare le strette di mano di rito.
Tra pochi minuti insomma.
Ancora 4…3..2 mani e sarebbe toccato a lui.
Ecco gli occhi porcini e iniettati di sangue del presidente.
Ed ecco lo spruzzo.
In piena faccia, e poi giu veloce lungo la camicia candida, i vestiti, trasformandosi in un’inconsapevole torcia umana…
Ancora un goccio, tra l’ilarità generale e il disappunto dell’uomo davanti a lui, che in vano cercava di ripararsi, e poi l’accendino…
L’accendino…
… L’accendino che non va.
Merda.
Questo dannato accendino che non va e che manda tutto all’aria.
Un ultimo tentativo, inutile, mentre il cetriolo incazzato semprepiuincazzato viene buttato a terra dalla sicurezza, e il presidente, il grande presidente della federmacellai si rendeva finalmente conto di aver rischiato la vita.

domenica 10 gennaio 2010

ritorno a Milano

Eccomi qui, a tornare a Milano dopo questi 15 giorni di casa, della mia amata trentino.
Sono partita il primo pomeriggio, e i rami degli alberi erano ancora merlati di bianco. La sera prima ha nevitato, e anche se le strade erano tutte pulite, finalmente S.Lugano, Castello, ll Cermis che vedo dalla finestra erano tutti coperti di neve, come se gli occhi avessero perso il senso del colore e tutto si fosse ridotto al bianco e nero.
Bianco e azzurro più che altro, del cielo terso che spuntava tra gli sfilacci di nuvole.
Non riesco a descrivere come mi sono sentita dietro al finestrino della macchina, con le valigie già pronte e con il pensiero di dover riprendere il treno e tornare alla grigia città.
Come facevo 3 settimane fa a considerare bella Milano, quel donnone caciarone e perennemente truccato, quando ho davanti agli occhi la mia Soreghina, il mio Salvanel che saltellano leggeri e sempre giovani tra i miei boschi?
Ora però è difficile tornare, quello si.
Devo riprendere il ritmo frenetico e piccione, adesso che mi sono abituata di nuovo al cauto e costante passo del montanaro.
E già pian piano mi viene naturale, rincantucciata calma e piccina tra la montagna di valige mentre gli altri passeggeri si lamentano e spintonano.
Magra consolazione, almeno non ho perso l’abitudine al treno.
La cosa che mi consola è che adesso, col cuore e la mente di nuovo ripulite, forse riesco a guardarmi di nuovo meglio attorno. Ah, forse ho più puliti pure i polmoni.

Anaconda, un racconto e 15 parole fisse.

cosa ne verrebbe fuori se vi chiedessero di scrivere un racconto di 3, 4 pagine che contenga TUTTE queste 15 parole?

Anaconda
Ragazza bionda
Sponda
Cappotto bruciato
“è inutile che insisti”
Machete
Pallone
Ginocchio
Proiettore
Anna
Maglione Fucsia
Film di guerra
Nastro d’asfalto
Notte cupa
Violentata

Io ci ho provato,ditemi che ne pensate e, soprattutto, vediamo cosa riuscite a fare voi!

Questa notte, è una notte cupa.
Una di quelle notti in cui nei paesi civilizzati, america, europa, Italia, le ragazze bionde, ingenue, dai seni nascosti sotto morbidi maglioni fucsia vengono violentate da quelli che credono i loro migliori amici, i loro innocui vicini di casa.
Si rovinano, semplicemente e in modo straordinariamente banale. Come quando camminando per la strada nei loro vestitini di chanel, lasciano cadere le loro sigarette light, che rimbalzano sulle maniche lasciando l’odore di cappotto bruciato. Quello che resta di loro è come quel pallino nero, quei 1000euro rovinati e il “cazzo” sussurrato tra le labbra lucide di gloss.

E’ una di quelle notti in cui le stelle non esistono, solo una luna piena e malata dietro alle nuvole, come un proiettore sporco e polveroso che spande sulle strade e sulle città la sua luce fumosa, trasformando ogni nastro d’asfalto in altrettanti piccoli squallidi teatrini.
Appropriato per un film dell’orrore, no?
Lascio andare i pensieri seduto su quel ramo d’albero coperto di muschi e mucillaggini.
Il caldo del giorno filtra ancora tra le fronde, come aliti di bocche marcescenti, come se l’acqua del fiume alle cui sponde mi sono appostato, avesse ingurgitato tra i suoi gorghi i peggiori miasmi, e ora li vomitasse fuori.
Dondolo le gambe insaccate negli stivaloni da pescatore, vedendo nella mia immaginazione il mio ginocchio destro trasformarsi in un osso, e dondolare e beccheggiare nel pentolone di Rosalia come quando, ogni due settimane, uccide uno dei pochi polli che alleva, e ne fa brodo.
Si, quell’aria era calda e rancida proprio come brodo stantio.

Vediamo di non fare noi la fine del pollo però, borbotto tra me.
L’uscita notturna di quella sera non sarebbe durata più di alcune ore: cercare un esemplare, sedarlo, catturarlo e portarlo in clinica.
Appoggio la schiena al tronco d’albero, e afferro il piccolo machete fissato alla cintura, che dondolava pigro nel suo fodero oltre il bordo del ramo.
Solo 3 mesi prima probabilmente a quell’ora ero nel letto con Anna, a guardare un film di guerra del cazzo di cui non seguivamo neanche mezza parola, troppo occupati a fare sesso e a studiarci da una sponda all’altra del letto, come se fossimo stati due estranei.
Stavamo assieme da 4 anni, ma non ci conoscevamo più. Ho fatto bene a mollare tutto, compresa lei, e venire qui.
Un head hunter mi aveva mandato una mail, offrendomi quel lavoro di ricercatore in sudamerica, e ho mollato tutto, amici, lavoro alla glaxo, e lei. Dio, urlava come un’aquila quando gliel’ho detto.
E adesso sono qui, a metà tra il tizio di missione natura e un pescatore della laguna veneta, a cercare anaconde.
Cazzo.
Scuoto la testa, e in modo un po’ goffo mi lascio scivolare lungo il tronco, per tornare a terra.
Sembra assurdo, si, ma qualcuno questo lavoro deve pur farlo, no?
Ho una buona conoscenza sia di spagnolo che di portoghese, laurea in veterinaria e specializzazione in animali esotici, l’hobby dell’arrampicata e di trekking…
Ma non riesco a nascondere una sonora sghignazzata al pensiero di potermi presentare al prossimo convegno del mio ordine regionale, a uno dei miei colleghi vecchi e ciccioni e, nei discorsi saltar fuori con un “sai, settimana scorsa sul Panama…”
Ahahaha. Da vero spandimerda.
E ora proprio da deficiente che sghignazza da solo mi trovo a passeggiare sulle sponde di un fiume del sudamerica di cui mi sfugge il nome, con la melma che mi risucchia gli stivali con un suono disgustoso, e a cercare anaconde.
Devo ricordarmi di scrivere una cartolina alla mamma, sempre se ne trovo in questo posto.
“oy Roverto!”
Raul mi richiama all’ordine, distogliendomi dalle mie seghe mentali con quel suo italiano stentato, a metà tra una presa in giro e un omaggio al mio essere straniero. Abbiamo un lavoro da fare, e prima lo facciamo, prima ci togliano ste cazzo di sanguisughe. Dio che schifo, appena messo un piede in acqua, ed eccole che già risalgono la parte esterna degli stivaloni. Ne schiaccio alcune col piatto del machete, ma so che è inutile. Fuori le braccia dall’acqua, niente pelle scoperta, e via la paura.
La torcia di Raul, davanti a me, si è già fermata. Possibile che ne abbia già trovata una tra queste paglie?
Si ferma, si volta verso di me, e sibila un nervoso “aquì”.
Reprimo la mia voglia di correre, o la farei fuggire, e raggiungo il mio compagno con passi lunghi e cauti, tra acqua e erbe marcescenti.
Qualche giorno dopo il mio arrivo, quando per la prima volta mi mandarono a catturare esemplari, un mio collega italiano mi disse
“le anaconde sono un po’ come grasse vacche con problemi comportamentali. Stanno lì, lente e inoffensive, potresti quasi calpestarle da tanto sono immobili, poi d’un tratto.. swosh! Prendono e scappan via come siluri. E ricordati di non fartene arrotolare mai una attorno a una gamba. O sei fottuto.”
Prendo il fucile con i proiettili di calmante, già carico e appeso alla schiena, e tolgo la sicura con una mossa energica del braccio. È grosso e pesante, e la superficie lucida del metallo barbaglia alla pigra luce lunare.
Non ci sono scuse di poca luce, posizione disagevole o altro. Non posso sbagliare. Un colpo ben assestato e poi alcuni passi indietro, in attesa che la bestia si addormenti.
Raul si sposta, e vedo anche io la superficie liscia e immobile del dorso del serpente. Così serica e elegante tra il fango, che ha un che di suadente. Ma basta, prendo la mira, tolgo la sicura, premo e
PPPF!
Con un forte rumore di stantuffo, il dardo penetra nella carne morbida, che subito scatta in avanti e in basso, rimmergendosi nel fango per nascondersi.
Cazzo. Di nuovo una caccia al tesoro, e giù con le mani in quello schifo.
Aspettiamo ancora 5 minuti, Raul con la mano guantata sul cronografo, per essere sicuri che l’anestesia abbia fatto effetto, poi, cauti, iniziamo a cercare tutto attorno.
Non dovrebbe essere troppo lontano, il fatto è che così, senza movimento è facile passarci sopra senza accorgersene, se non si affondano bene le mani tra le foglie umide e sotto l’acqua stagnante.
Abbiam fatto abbastanza casino per aver allontanato tutti i pericoli attorno a noi, ma mettere le mani, anche se coperte dai grossi e pesanti guanti in gomma e fil di ferro in quel fango insidioso, mi fa salire comunque una nausea potente per la gola, e devo deglutire con attenzione per non far partire i crampi allo stomaco.
Un passo, e giù le mani, fruga, destra,sinistra, e poi rialzati.
Un altro passo e avanti così.
Sembriamo due mondine che sistemano una risaia.
Peccato che non siamo così belli e tettoni, penso, sogghignando tra me.
Ma il sorriso mi si gela in bocca. Davanti a me, proprio davanti ai piedi, ho un ostacolo. Cazzo.
Stavo per pestarci sopra.

Chiamo Raul, poco davanti a me, che si alza, come a rallentatore. Ci fissiamo, e una nuvola copre la grossa e malata luna, scurendo tutto.
Come una scossa lo stesso pensiero passa da uno all’altro.
“se questo bestione è ancora sveglio, e lo prendiamo in modo che non scappi, in un secondo si avvolge sul braccio di uno dei due, e addio mano.”
Ci avviciniamo, cauti come ballerini sincronizzati, e ci chiniamo sulla lunga biscia.

Raul prende il machete e la tocca, una, due, tre..
“Inutile che insisti, non vedi che è andata?” gli dico sollevato, e lui mi fissa senza capire. Sospiro, e traduco tutto in spagnolo, mentre con una mano prendo dallo zaino il largo telo di iuta, e i due bastoni ripiegati.

Era un esemplare medio piccolo di Eunectes Murinus, di circa 3 metri di lunghezza. Iniziamo a infilarlo nel sacco, con difficoltà e tenacia, i vestiti ormai zuppi e tanta voglia di tornare alle nostre capanne, all’asciutto.

Va bene tutto, ma ste cazzo di catture potrebbero benissimo lasciarle fare a gente del posto, e noi laureati lasciarci col culo al caldo sulle sedie, penso borbottando tra me qualche bestemmia, mentre il sudore scorre umido sotto la giacca di tela cerata.

Finalmente il serpentone si lascia piegare un po’e riusciamo a farlo scivolare per buona metà nel sacco. Uno tira e l’altro infila, come se fosse un grosso e scivoloso tubo.
Finchè ecco, la testa, grossa più o meno come metà pallone da calcio, ciondolante e con gli occhi ancora aperti. Uno spettacolo talmente strano e affascinante che per un secondo mi fermo a guardarla.

Così, con questa luce, somiglia quasi a un viso alieno, di quelli che si vedono in tv. Eppure no, è totalmente diverso.
Mi chino, e con dolcezza passo la mano sotto la testa triangolare, e la sollevo verso di me.
La fisso con un brivido forte alle gambe, poi apro meglio il sacco, e la infilo dentro, facendo attenzione a far prendere al collo un’angolazione il più dolce possibile.
“bene, andiamo” chiudo il sacco, e passo il mio bastone tra le asole, per sollevarlo.

Finito la mia giornata di lavoro, per oggi.