domenica 10 gennaio 2010

Anaconda, un racconto e 15 parole fisse.

cosa ne verrebbe fuori se vi chiedessero di scrivere un racconto di 3, 4 pagine che contenga TUTTE queste 15 parole?

Anaconda
Ragazza bionda
Sponda
Cappotto bruciato
“è inutile che insisti”
Machete
Pallone
Ginocchio
Proiettore
Anna
Maglione Fucsia
Film di guerra
Nastro d’asfalto
Notte cupa
Violentata

Io ci ho provato,ditemi che ne pensate e, soprattutto, vediamo cosa riuscite a fare voi!

Questa notte, è una notte cupa.
Una di quelle notti in cui nei paesi civilizzati, america, europa, Italia, le ragazze bionde, ingenue, dai seni nascosti sotto morbidi maglioni fucsia vengono violentate da quelli che credono i loro migliori amici, i loro innocui vicini di casa.
Si rovinano, semplicemente e in modo straordinariamente banale. Come quando camminando per la strada nei loro vestitini di chanel, lasciano cadere le loro sigarette light, che rimbalzano sulle maniche lasciando l’odore di cappotto bruciato. Quello che resta di loro è come quel pallino nero, quei 1000euro rovinati e il “cazzo” sussurrato tra le labbra lucide di gloss.

E’ una di quelle notti in cui le stelle non esistono, solo una luna piena e malata dietro alle nuvole, come un proiettore sporco e polveroso che spande sulle strade e sulle città la sua luce fumosa, trasformando ogni nastro d’asfalto in altrettanti piccoli squallidi teatrini.
Appropriato per un film dell’orrore, no?
Lascio andare i pensieri seduto su quel ramo d’albero coperto di muschi e mucillaggini.
Il caldo del giorno filtra ancora tra le fronde, come aliti di bocche marcescenti, come se l’acqua del fiume alle cui sponde mi sono appostato, avesse ingurgitato tra i suoi gorghi i peggiori miasmi, e ora li vomitasse fuori.
Dondolo le gambe insaccate negli stivaloni da pescatore, vedendo nella mia immaginazione il mio ginocchio destro trasformarsi in un osso, e dondolare e beccheggiare nel pentolone di Rosalia come quando, ogni due settimane, uccide uno dei pochi polli che alleva, e ne fa brodo.
Si, quell’aria era calda e rancida proprio come brodo stantio.

Vediamo di non fare noi la fine del pollo però, borbotto tra me.
L’uscita notturna di quella sera non sarebbe durata più di alcune ore: cercare un esemplare, sedarlo, catturarlo e portarlo in clinica.
Appoggio la schiena al tronco d’albero, e afferro il piccolo machete fissato alla cintura, che dondolava pigro nel suo fodero oltre il bordo del ramo.
Solo 3 mesi prima probabilmente a quell’ora ero nel letto con Anna, a guardare un film di guerra del cazzo di cui non seguivamo neanche mezza parola, troppo occupati a fare sesso e a studiarci da una sponda all’altra del letto, come se fossimo stati due estranei.
Stavamo assieme da 4 anni, ma non ci conoscevamo più. Ho fatto bene a mollare tutto, compresa lei, e venire qui.
Un head hunter mi aveva mandato una mail, offrendomi quel lavoro di ricercatore in sudamerica, e ho mollato tutto, amici, lavoro alla glaxo, e lei. Dio, urlava come un’aquila quando gliel’ho detto.
E adesso sono qui, a metà tra il tizio di missione natura e un pescatore della laguna veneta, a cercare anaconde.
Cazzo.
Scuoto la testa, e in modo un po’ goffo mi lascio scivolare lungo il tronco, per tornare a terra.
Sembra assurdo, si, ma qualcuno questo lavoro deve pur farlo, no?
Ho una buona conoscenza sia di spagnolo che di portoghese, laurea in veterinaria e specializzazione in animali esotici, l’hobby dell’arrampicata e di trekking…
Ma non riesco a nascondere una sonora sghignazzata al pensiero di potermi presentare al prossimo convegno del mio ordine regionale, a uno dei miei colleghi vecchi e ciccioni e, nei discorsi saltar fuori con un “sai, settimana scorsa sul Panama…”
Ahahaha. Da vero spandimerda.
E ora proprio da deficiente che sghignazza da solo mi trovo a passeggiare sulle sponde di un fiume del sudamerica di cui mi sfugge il nome, con la melma che mi risucchia gli stivali con un suono disgustoso, e a cercare anaconde.
Devo ricordarmi di scrivere una cartolina alla mamma, sempre se ne trovo in questo posto.
“oy Roverto!”
Raul mi richiama all’ordine, distogliendomi dalle mie seghe mentali con quel suo italiano stentato, a metà tra una presa in giro e un omaggio al mio essere straniero. Abbiamo un lavoro da fare, e prima lo facciamo, prima ci togliano ste cazzo di sanguisughe. Dio che schifo, appena messo un piede in acqua, ed eccole che già risalgono la parte esterna degli stivaloni. Ne schiaccio alcune col piatto del machete, ma so che è inutile. Fuori le braccia dall’acqua, niente pelle scoperta, e via la paura.
La torcia di Raul, davanti a me, si è già fermata. Possibile che ne abbia già trovata una tra queste paglie?
Si ferma, si volta verso di me, e sibila un nervoso “aquì”.
Reprimo la mia voglia di correre, o la farei fuggire, e raggiungo il mio compagno con passi lunghi e cauti, tra acqua e erbe marcescenti.
Qualche giorno dopo il mio arrivo, quando per la prima volta mi mandarono a catturare esemplari, un mio collega italiano mi disse
“le anaconde sono un po’ come grasse vacche con problemi comportamentali. Stanno lì, lente e inoffensive, potresti quasi calpestarle da tanto sono immobili, poi d’un tratto.. swosh! Prendono e scappan via come siluri. E ricordati di non fartene arrotolare mai una attorno a una gamba. O sei fottuto.”
Prendo il fucile con i proiettili di calmante, già carico e appeso alla schiena, e tolgo la sicura con una mossa energica del braccio. È grosso e pesante, e la superficie lucida del metallo barbaglia alla pigra luce lunare.
Non ci sono scuse di poca luce, posizione disagevole o altro. Non posso sbagliare. Un colpo ben assestato e poi alcuni passi indietro, in attesa che la bestia si addormenti.
Raul si sposta, e vedo anche io la superficie liscia e immobile del dorso del serpente. Così serica e elegante tra il fango, che ha un che di suadente. Ma basta, prendo la mira, tolgo la sicura, premo e
PPPF!
Con un forte rumore di stantuffo, il dardo penetra nella carne morbida, che subito scatta in avanti e in basso, rimmergendosi nel fango per nascondersi.
Cazzo. Di nuovo una caccia al tesoro, e giù con le mani in quello schifo.
Aspettiamo ancora 5 minuti, Raul con la mano guantata sul cronografo, per essere sicuri che l’anestesia abbia fatto effetto, poi, cauti, iniziamo a cercare tutto attorno.
Non dovrebbe essere troppo lontano, il fatto è che così, senza movimento è facile passarci sopra senza accorgersene, se non si affondano bene le mani tra le foglie umide e sotto l’acqua stagnante.
Abbiam fatto abbastanza casino per aver allontanato tutti i pericoli attorno a noi, ma mettere le mani, anche se coperte dai grossi e pesanti guanti in gomma e fil di ferro in quel fango insidioso, mi fa salire comunque una nausea potente per la gola, e devo deglutire con attenzione per non far partire i crampi allo stomaco.
Un passo, e giù le mani, fruga, destra,sinistra, e poi rialzati.
Un altro passo e avanti così.
Sembriamo due mondine che sistemano una risaia.
Peccato che non siamo così belli e tettoni, penso, sogghignando tra me.
Ma il sorriso mi si gela in bocca. Davanti a me, proprio davanti ai piedi, ho un ostacolo. Cazzo.
Stavo per pestarci sopra.

Chiamo Raul, poco davanti a me, che si alza, come a rallentatore. Ci fissiamo, e una nuvola copre la grossa e malata luna, scurendo tutto.
Come una scossa lo stesso pensiero passa da uno all’altro.
“se questo bestione è ancora sveglio, e lo prendiamo in modo che non scappi, in un secondo si avvolge sul braccio di uno dei due, e addio mano.”
Ci avviciniamo, cauti come ballerini sincronizzati, e ci chiniamo sulla lunga biscia.

Raul prende il machete e la tocca, una, due, tre..
“Inutile che insisti, non vedi che è andata?” gli dico sollevato, e lui mi fissa senza capire. Sospiro, e traduco tutto in spagnolo, mentre con una mano prendo dallo zaino il largo telo di iuta, e i due bastoni ripiegati.

Era un esemplare medio piccolo di Eunectes Murinus, di circa 3 metri di lunghezza. Iniziamo a infilarlo nel sacco, con difficoltà e tenacia, i vestiti ormai zuppi e tanta voglia di tornare alle nostre capanne, all’asciutto.

Va bene tutto, ma ste cazzo di catture potrebbero benissimo lasciarle fare a gente del posto, e noi laureati lasciarci col culo al caldo sulle sedie, penso borbottando tra me qualche bestemmia, mentre il sudore scorre umido sotto la giacca di tela cerata.

Finalmente il serpentone si lascia piegare un po’e riusciamo a farlo scivolare per buona metà nel sacco. Uno tira e l’altro infila, come se fosse un grosso e scivoloso tubo.
Finchè ecco, la testa, grossa più o meno come metà pallone da calcio, ciondolante e con gli occhi ancora aperti. Uno spettacolo talmente strano e affascinante che per un secondo mi fermo a guardarla.

Così, con questa luce, somiglia quasi a un viso alieno, di quelli che si vedono in tv. Eppure no, è totalmente diverso.
Mi chino, e con dolcezza passo la mano sotto la testa triangolare, e la sollevo verso di me.
La fisso con un brivido forte alle gambe, poi apro meglio il sacco, e la infilo dentro, facendo attenzione a far prendere al collo un’angolazione il più dolce possibile.
“bene, andiamo” chiudo il sacco, e passo il mio bastone tra le asole, per sollevarlo.

Finito la mia giornata di lavoro, per oggi.

2 commenti:

  1. Che figata sto racconto bimba! Anche se per un attimo ho pensato che la task fosse quella di inserire più parolacce possibile nel racconto! Il che mi ricorda la mia influenza da paesana volgarotta sul tuo candore linguistico. Ahahah! Sono fiera del mio lavoro. Scherzi a parte, anche perchè la mia influenza non c'entra niente col fatto che SAI SCRIVERE ECCEZIONALMENTE!!!, mi fa proprio piacere leggerti qua. Spero che continuerai a farlo e che i prof che hai si accorgano di quanto vali. E quando uscirà il tuo primo libro di racconti voglio una copia con dedica speciale.
    Che invidia cmq (un sentimento che provo raramente LOL!). Anch'io vorrei scrivere racconti e cose inventate anzichè occuparmi della dura realtà. Uff... e adesso che sono tornata a Londra, soffro di nuovo di crisi mistica per il mio futuro. CAZZO. Ma basterà riprendere il ritmo frenetico della grande città e tutto andrà bene. BACI GRANDI GRANDI

    E scusa ancora per il casino di capodanno. Anche a casa ho avuto un po' di problemi con famiglia ecc. quindi mi sono eclissata in un marcissimo torpore. Ma ti voglio tanto bene e ti auguro uno splendido 2010!

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  2. ahahahah e fortuna che non ho pubblicato gli incipit che ci aveva chiesto il professore come compitino ulteriore...
    credo saresti rabbrividita forte.
    il professore si è fatto una grassa risata e mi ha detto che sono impazzita totalmente, ma mi sono talmente divertita che l'ho preso per un complimento.
    Credimi, le tue lezioni volgarotte non sono nulla rispetto alle lezioni di tagliaferri (il barbone che è venuto a parlarci anche in uni)
    ahaha oddio ti rotoleresti a terra dal ridere!
    Sono diventata più volgare, più sboccata e credo di aver iniziato a vacillare anche come equilibrio psichico. o almeno è quello che credono i miei compagniucci, credo.
    Il prof di racconti credo proprio che se ne sia accorto cmq di quanto valgo, anche se oggi gli ho instillato qualche dubbio.
    ma i creativi devono prima di tutto divertirsi, e è quello che sto facendo.. sto diventando una spensierata cazzona. (ops.. scappata questa!)
    A parte gli scherzi, il mio modo di scrivere si sta evolvendo a vista d'occhio, sta crescendo e sta esplorando territori che non credevo volesse neppure conoscere. Ogni tanto mi spavento da sola, ma quando sarò abbastanza matura per il libro... te lo dirò. :)
    Un bacione grande grande.. inutile che ti dica che mi manchi, e che credo che qui ti divertiresti un sacco anche tu.
    Un buon proseguimento d'anno stellina, ci terremo comunque in contatto!
    Bacini!

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