ecco qui il racconto dell'esame di racconto breve.
sono ancora in aula, e non l'ho ancora consegnato, quindi consideratevi i primi lettori di questa porcheria.
Divertitevi.
ah... il prof ha dato 4 tracce, io ho scelto la due, che poi sarebbe la prima riga. Il resto è tutto farina marcia del mio sacco. :)
Attacco 2:
Quando avevo cinque anni mi sono ucciso.
Era un giorno di sole, di quei giorni in cui la primavera libera i primi profumi di terra e radici. Di vita.
Fu in uno di quei giorni in cui ho deciso di cancellare me stesso.
Ero un bambino di 5 anni, più basso della media e grasso, molto grasso.
Talmente grasso che gli altri bambini all’asilo mi spingevano per farmi rotolare a terra come se fossi stato una palla. Una palla sudata di grasso e lacrimoni.
Ma quello potevo ancora sopportarlo, non fu quello che mi spinse a uccidermi.
Fu lo sguardo sorridente della piccola, dolce Anita. Dai capelli rossi e dalle lentiggini su tutto il viso. E si, fu quella risata di scherno.
Dio se rideva quella piccola puttanella. Rideva come se fossi stato il più bel clown del circo, come se il fango in cui sono scivolato, che ho bevuto, fosse la più buona cioccolata del mondo.
Ma sapeva solo di terra e di cacca, e di sale.
Da quel giorno decisi che io non ero più io.
Quando avevo 5 anni ho deciso semplicemente che non sarei più esistito.
Mi ha sempre attratto la favola del brutto anatroccolo.
Un botolo nero che si trasforma in angelo bianco, quasi in una notte.
Così iniziai anche io.
Non che mi buttai da un albero, che mangiai il gel per pulire i cessi… la mia dissoluzione fu più lunga.
Mia mamma mi chiamava Gigetto, e io volevo far morire quel Gigetto di fame.
E smisi di mangiare.
Lo feci di nascosto e ingurgitavo con la solita smania i piattoni di pasta alla carbonara, per poi chinarmi sul cesso candido a vomitare tutto.
L’avevo visto fare in un telefilm, e in effetti funzionava. E in quelle ondate gialle e ancora saporose, sentivo anche il calore di quel Gigetto rubicondo che scivolava nell’acqua.
Per il dolore e l’abbandono e la rabbia, piangevo.
Ben presto mia mamma, sempre presa tra orto, cucina sempre in funzione, fratellino piccolo e urlante, ben presto se ne accorse.
Si accorse che la mia pelle sempre rossa ora era quasi trasparente, i miei occhietti vividi che navigavano nel grasso ora si perdevano nelle occhiaie, e i miei capelli cadevano, come quelli di un vecchio.
Ed ecco il rito medico-pediatra-medico-prontosoccorso-pediatra-ricovero, che io ricordo solo vagamente, ma che mi insegnò a fingere.
Mi gonfiarono con le flebo e mi ingozzarono di budino, come se volessero uccidermi loro prima di lasciarlo fare a me stesso, e così imparai.
Imparai che dovevo imparare a fingere. Dovevo farlo, per la mia missione suicida.
Per uccidere Gigetto non bastava smettere di mangiare, dovevo soffocarlo poco a poco.
Volevo, dovevo sentire i suoi singhiozzi così simili a urla di suino sussurrarmi nel cuore, ma mantenere un sorriso placido, allegro. Dovevo essere un bravo bambino felice.
E così agli occhi degli altri, Gigetto è cresciuto, e si è fatto ometto, ma sbagliavano.
Gigetto non esisteva più, era chiuso da qualche parte, imbavagliato dalla fame e dallo scherno e ridotto a un fragile scheletro all’interno del suo peggior nemico, che intanto si rafforzava e si seccava come quel nastro di cuoio che si usa per ripulire i vecchi rasoi.
Al suo posto ci sono io, Luigi.
Il mio sguardo già a 10 anni era cambiato, e i compagni da un bel pezzo avevano smesso di ridere di me. Avevano smesso pure di avvicinarsi.
Anche mia madre aveva smesso di preoccuparsi di riempirmi il piatto per la seconda volta.
Mi guardava con quel misto di paura che si riserva solo ai cani da guardia, con il braccio leggermente alzato come per coprirsi il viso da un possibile attacco.
Poi faceva un sorriso e passava a mio fratello, il suo cuore di mamma che aveva sviluppato il curioso vizio di inglobare il cibo di tutti e due, trasformandosi in un’ameba.
Mi faceva schifo mio fratello.
A 13 anni finalmente ero completo.
La mia figura non era mai stata così magra, le costole scorrevano placide sotto la pelle morbida, come ossa di serpente. In vita solo pelle, e quel poco di muscoli alimentati dal cibo che mi costringevo ormai ad assumere come una medicina.
Questo costante comportarsi da carceriere mi portò a sviluppare un autocontrollo assoluto, a calibrare ogni tipo di manifestazione fisica e a farlo in ogni piccolo dettaglio:
i sorrisi, le smorfie, la voce, iniziai a usarle come secondo un copione, reinventando una figura nuova e diversa da me.
Ma quando il mio corpo iniziò a non rispondermi... iniziarono i problemi.
Come se i pensieri non mi appartenessero più, come se il mio fisico ormai così perfetto e disciplinato avesse deciso di regredire allo stato animale.
La voce si ruppe in mille pezzi, e il mio ventre così liscio si riempì pian piano di orridi peli.
La testa non si concentrava più come prima, e la fame, la fame cambiò.
Non era più il continuo sordo brontolio, divenne un ruggito, e si espanse in ogni fibra del mio essere, trasformandomi in belva rabbiosa.
Finchè non incontrai di nuovo, cresciuta, quella bimba di 8 anni prima.
Una donna in miniatura ora, Anita, con i capelli ancora rossi che scendevano morbidi su quelle strane, nuove curve di grasso.
Avevamo fatto scuole diverse fino a quel tempo, e ora la ritrovai in classe con me, che mi guardava con lo stesso, identico sorriso largo e gioioso che 8 anni prima mi aveva ucciso.
La avvicinai, e attaccai bottone, solo per sentirla parlare.
La sua voce un po’ stridula mi vagheggiva attorno come avrebbe fatto un nugolo di tarme liberate da un vecchio armadio.
E la mia fame cresceva, ululandomi poco sotto lo stomaco.
Non so cosa vi trovò lei in me, ma a quanto pare il mio modo di fare distante dal mondo la attrasse, e la attrasse in modo così morboso e violento che, come fossi stata una fiamma, non faceva che ronzarmi attorno.
Non mi curavo delle prese in giro dei compagni, neppure dei suoi piccoli regalini, quello che mi importava realmente, quello che mi ossessionava, era la mia nuova fame.
Era una fame diversa da quella di cibo, che si condensava su di lei, sulla mia voglia di morderla e di.. non so neppure io bene di cosa.
Lo capii solo quel giorno.
Era un altro giorno di primavera, come quel giorno a 5 anni.
Di quei giorni in cui l’aria è come un infuso di terra e neve sciolta, frizzante e dolce come un sorso di vino.
In cui il parco del paese inizia a vestirsi di verde tenero e le coppiette di ragazzini si nascondono dietro gli alberi a prendere il sole e a scambiarsi i segreti.
Anche io e Anita eravamo li, sdraiati, e lei mi fissava puntandomi i suoi occhi marroni screziati di primavera, grandi come monete.
Mi fissava, a due centimetri dal viso, e non capivo io, girato a pancia in su, cosa volesse fare.
Ma si avvicinava, in modo lento e costante, finchè il suo fiato che sapeva di gomma alla fragola, non mi sfiorò direttamente le labbra.
E la pancia ululò più forte.
I suoi occhi come grossi bottoni di corno si chiusero, una, due volte, prima di avvicinarsi ancora.
Prima di riempirmi la bocca di fragola.
Le sue labbra morbide contro le mie si aprirono, e la sua lingua usci come una lumachina coraggiosa ad esplorare le mia bocca. Era viscida, ma calda e curiosa, e la fame era tanta.
Era fame di lei.
E Gigetto chiedeva la sua parte.
Allora, lottando con la voglia di chiudere semplicemente i denti l’uno contro l’altro, e come una ghigliottina tranciare di netto quella lumaca viscida e impertinente.
Mi divincolai, e rovesciai la ragazzina che intanto si era arrampicata su di me.
“SCHIFOSA OH CHE CAZZO FAI?”
Mi alzai, fissando il suo sguardo pallido ora pieno di chiazze rosse di vergogna, e i capelli rossi sporchi di terra e di vergogna per essere stata gettata come una bambola.
“brutta porca! Che schifo! Mi fai schifo! Ma non vedi quanto sei brutta? Io stavo con te solo per pena! Sei brutta, stupida e grassa e mi fai vomitare!”
Non so da dove mi uscirono quelle parole, so solo che gliele ho urlate contro.
E lei si è accartocciata a terra come una foglia morta, e gli occhioni da bambola si sono imperlati di lacrimoni e un graffio sulla mano iniziava a gocciolare, vermiglio.
Mocciosa.
L’ho fissata, ancora un po’, l’ho guardata perdere tutta la sua dignità davanti ai miei occhi, e poi me ne sono andato, ridendo.
Alla prima gelateria mi sono fermato, e mi sono preso un grosso cono gelato.
Fragola, meringata e panna, e vi ho affondato la bocca, fin quasi a soffocarmi.
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