lunedì 30 novembre 2009

racconto breve - lo stereotipo

credo che, se per gli altri non c'era bisogno di un preambolo, per questo esercizio non posso pubblicare senza dire nulla.
Come gli altri racconti, questo, infatti, non è altro che un esercizio chiesto dal professore di racconto breve.
Anche questa settimana, dopo aver sentito con aria un po' svogliata i racconti della settimana, ci ha dato, anzi direi più lasciato cadere davanti, una nuova consegna.
Individuare uno stereotipo, descriverlo brevemente con poche parole, e poi sviluppare una piccola immagine, qualche riga, che descriva una caratteristica particolare del protagonista, appartenente a quello stereotipo ma appunto "caratterizzato" da una specifica particolarità.

Spero vi piaccia il mio tentativo, io non ne sono in realtà particolarmente fiera.

CARNE
Paola è una casalinga. Ha passato i 40 anni, è sposata, ha due figli e adora beautiful, e lo segue ogni pomeriggio cercando in vano di fare esercizi sul tapis roulant preso da mediashopping.

Odio queste cipolle bianche, quelle prese alla lidl settimana scorsa. Mi fanno piangere in modo incredibile. Devo ricordarmi di non comprarle più. Che ore sono? le 12. Alessio arriva con l’autobus delle 2 oggi, e Marco rimane in ufficio. Bene, ancora qualche ora per me. Devo star attenta a non lasciare le cipolle grosse come l’ultima volta, o Martina si arrabbia.

Lascio andare per un attimo la mente, mentre mi asciugo le lacrime dagli occhi, e insisto nel tritare quella che ormai è una poltiglia bianca. Bene così.
Mi pulisco le mani sul grembiule e apro il frigo, afferrando l’incarto con la stampa della macelleria.
Lo scarto e ne osservo il contenuto:
Manzo.
Rosso, tenero e freddo, cedevole e rugoso sotto del dita, ma deliziosamente elastico.
Preferisco farmi il macinato da sola, io.
Battuto al coltello.
Ha tutto un’altro sapore, e poi vai a sapere cosa ti rifilano i macellai in quella poltiglia.
Butto la carta, mentre soppeso il pezzo tra le mani, e lo palpeggio, rigirandolo lentamente.
Ci vuole un bel pezzo sodo per fare una bella carne tritata.
Mi metto al lavoro, tagliano quel pezzo con metodo, prima in striscioline fini, poi in pezzi sempre più minuti, facendo penetrare il coltello con sicurezza, affondare come nel burro con un rumore umido e accogliente.
Le mani si macchiano presto di rosso, mentre il coltello si muove ormai quasi in automatico, dentro e fuori nella massa rossa.
Come se ne fossi estranea lo osservo, pernsando con invidia che di quel coltello ne vorrei fare volentieri a meno.
Sorrido a quel pensiero sciocco, mentre lo appoggio sul tagliere e controllo la grana del macinato, affondandovi entrambe le mani.
Stringo le dita in quel freddo umido, chiudendo gli occhi rapita da quella sensazione.
Vorrei strappare quel pezzo di muscolo, di animale, con le mani.
Affondarvi i denti e sentire il sapore dolciastro del sangue sulla lingua.

Prendo nel palmo una noce di carne, ormai straziata dal coltello e dalle mie unghie, e la porto al naso, come farebbe un cane.
Sa di ferro e viscido, quel viscido che mi muove qualcosa del basso ventre, e che mi supplica quasi di morderlo, di assaggiarlo.
Così lo metto in bocca come una leonessa, e mastico con gusto, mentre sento con un brivido una chiave che gratta nella porta d’entrata.
Deglutisco, sentendomi come Gatto Silvestro che ha appena mangiato Titti, e ricomincio ad affettare, come se nulla fosse.
“ Ciao mamma! sono a casa”
“ Ciao! Come mai così presto?”
“ah... il professore non c’era.. che fai di buono?”
“polpette amore! Ma preparo per le due... perchè non guardi un po’ di tv e prepari la tavola?”
Rispondo veloce e cercando di essere più candida possibile, sperando intanto di non avere un pezzo di carne tra i denti.

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