martedì 26 gennaio 2010

racconto da incipit

le prime righe sono di un mio compagno di corso, datemi per compito. Il resto è tutta farina del mio pazzo sacco. Buon divertimento.

Le fiamme strazieranno il suo corpo fino alla morte, lentamente, come merita.
Ormai l’ora si stava avvicinando, il presidente sarebbe andato a rogo alle 7 di questa sera.

Stava seduto li, Kabir, nell’oro pallido del tramonto che filtrava dalla finestra ampia davanti a lui.
Stava li, accarezzando quelle parole tra lingua e palato, come fossero un corposo vino rosso.
Al rogo..
E sarebbe stato lui, in diretta mondiale, ad avere il privilegio assoluto, a centrare il presidente e incendiarlo…
Un brivido gli fece raddrizzare la schiena, mentre il sudore colava sotto la canottiera slabbrata e ingiallita.
Le mani gli tremavano, e un ronzio basso gli sconvolgeva lo stomaco.
Ma non si sarebbe mai permesso il lusso di dirsi spaventato. No, i guerrieri come lui, i guerrieri della libertà non possono aver paura.
Ma aveva già vomitato due volte in poche ore.
Si alzò dalla poltrona sfondata in cui si era sdraiato, ben di fronte alla finestra da cui si poteva vedere l’immenso palco ancora in costruzione, e si diresse verso la porta del bagno dalle mattonelle sbrecciate.
Non era altro che un appartamento abbandonato quello ormai. Poche erano le tracce di vita recente:
L’acqua scorreva dai tubi come sangue annacquato da tanto che era melmosa e ferruginosa, e ogni ripiano era ricoperto della polvere unta e rossa del deserto, portata li attraverso i serramenti pencolanti e mezzi distrutti, attraverso cui il vento caldo e umido filtrava gemendo.
Aprì il getto d’acqua della doccia e si tolse lentamente i vestiti puzzolenti, che gli si attaccavano alla pelle nuda come cerotti fastidiosi.
Doveva rendersi un rispettabile cittadino, un rispettabile e ordinario contribuente.
Rimase tanto sotto il getto opalescente, grattando il suo corpo magro e pallido per la vita ritirata fino a rendere la pelle rossa e bruciante sotto il getto fattosi gelido, finchè anche il buio della sera non riusci a confondere tutto.
Sua madre gli diceva sempre “pulito fuori, pulito dentro”.
Era ora, presto, si disse mentre ancora fradicio percorreva il corridoio della casa deserta, alla ricerca dei vestiti coscienziosamente appoggiati alla spalliera del letto dai suoi capi.
Da quelli che avevano deciso tutto e che avevano deciso lui.
Si, avevano deciso lui e avevano deciso i risvolti della sua vita, ne erano diventati capaci e assoluti padroni.
Eterna gloria e successo ai sui capi, e a Colui che per i capi tutto decise.
Mormorò chiudendosi il penultimo bottone della camicia. Era pronto.
Davanti a lui la pesante specchiera anni 60 rotta e abbandonata sghemba in un angolo gli ritornava l’immagine di un moccioso, di a mala pena 30 anni, dallo sguardo perso e le occhiaie sotto gli occhi.
Era ora di andare, disse al se stesso riflesso, e si chinò per prendere la borsa, il cui peso e smorzato tintinnio gli diedero forza.
Con la mente in standby scese in piazza, superò senza problemi le svagate guardie di sicurezza appostate lungo il perimetro dell’incontro e si lasciò ingurgitare dalla folla che già si era raccolta.
Era un meeting di scarsa importanza quello, uno di quei comizi che l’organizzazione imbastisce più che altro per farsi vedere, farsi ricordare. Un po’ quegli eventi o si o si, in cui non vi è un ordine del giorno preciso.
C’erano pacche sulle spalle e chiacchiere attorno a lui con lo sguardo basso sul selciato tirato a lustro per l’occasione, lui che doveva sembrare uno di quegli studentelli attivisti un po’ fuoriposto tra quella manica di vecchi tromboni, che come lui stavano ciondolando per la piazza ascoltando svagati la musica sparata dai megafoni gracchianti.
Solo che gli altri studentelli non avevano come lui un’ingorgo di fili e pacchetti e scotch sotto la camicia larga.
L’aria calda si spostava ora in ventate dispettose, alte sopra la testa che prendevano in giro senza lasciar respirare, aiutate anche dal calore sempre più muschioso e arrogante dei corpi che pian pianino si accalcavano.
Si fece largo Kabir per arrivare il prima possibile ben sotto al palco, dove il presidente avrebbe parlato. L’attesa ora correva su e giù sotto la pelle come un insetto infestante, come la scabbia che mangia e gratta e formicola.
Quando finalmente non ce la faceva più e le ginocchia iniziavano a tremargli come se fossero state di gomma, ecco, il rintoccare cupo del campanile dall’altro lato della piazza del paese.
Ecco le sette.
Ed ecco il presidente salire sul palchetto.
E lui era lì, pronto, circondato di telecamere e armato anche lui del suo apparato speciale
Telecamera wifi da 6000 pixel, visione notturna, che gli spuntava come un bottone dalla camicia. La attivò, e un fischio gli invase l’orecchio destro, dove la piccola auricolare sembrava un innocuo tappino rosa.
Si sentiva un agente segreto.
“cetriolo incazzato, cetriolo incazzato, qui mamma cicoria. Passa una mano sull’inquadratura se sei pronto alla grande missione”.
E lui lo fece, passandosi il palmo della destra sul collo, mentre con la sinistra frugava alla ricerca della tanichetta di benzina nella tracolla che portava con se.
Stai calmo Kabir.. stai calmo, si sussurrava, mentre il cuore gli sembrava sfarfallasse in gola, mentre con la destra ora era sceso nella tasca a prendere l’accendigas.
Uno spruzzo, uno solo ma ricco e abbondante, diretto in piena faccia, e poi zac.
Uno spruzzo solo aveva a disposizione, doveva essere agile come la morte incidentale e preciso come un giocoliere, e avrebbe fatto il suo lavoro appena lui si sarebbe chinato per dare le strette di mano di rito.
Tra pochi minuti insomma.
Ancora 4…3..2 mani e sarebbe toccato a lui.
Ecco gli occhi porcini e iniettati di sangue del presidente.
Ed ecco lo spruzzo.
In piena faccia, e poi giu veloce lungo la camicia candida, i vestiti, trasformandosi in un’inconsapevole torcia umana…
Ancora un goccio, tra l’ilarità generale e il disappunto dell’uomo davanti a lui, che in vano cercava di ripararsi, e poi l’accendino…
L’accendino…
… L’accendino che non va.
Merda.
Questo dannato accendino che non va e che manda tutto all’aria.
Un ultimo tentativo, inutile, mentre il cetriolo incazzato semprepiuincazzato viene buttato a terra dalla sicurezza, e il presidente, il grande presidente della federmacellai si rendeva finalmente conto di aver rischiato la vita.

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